Serie tv: una gran brutta malattia

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Serie tv: una gran brutta malattia.

Ho una bruttissima malattia, le serie tv. Quando l’ho scoperto sono rimasta sconvolta, non capivo la gravità della cosa, ma dopo qualche mese, mi sono resa conto che stava peggiorando e niente riusciva a mettere un freno a questo terribile morbo.

Tutto è cominciato quando ero bambina e una grande novità sbarcò nelle televisioni italiane, i telefilm. Il primo in assoluto che ho cominciato a guardare è stato Friends, non ne ho perso una puntata ed ero alle elementari se non ricordo male, forse medie. C’è stato anche Willy il Principe di Bel Air e Sex and the City, che è cresciuto con me. La svolta decisiva l’hanno data quattro serie tv, alle quali devo imputare la colpa del mio grande disagio, ovvero Ally Mc Beal, Will&Grace e Grey’s Anatomy. Una mi ha segnato per sempre: Lost.

Solo chi ha questa brutta malattia come me può comprendere. Anche lo psichiatra avrebbe da dire.

Per me Will&Grace era qualcosa di incredibile, un momento catartico per una liceale decisamente cinica che si annoiava a morte nella scialba realtà genovese, che non poteva esprimere al massimo la sua stronzaggine, ma poteva fantasticare attraverso una sitcom di poter vivere quell’acidità attraverso quei personaggi, già vedevo nel mio futuro una vita da Karen Walker. E’ stata decisamente la mia preferita e rimane in alto nella classifica delle serie tv anche oggi che sono cresciuta. Ally Mc Beal mi ha sempre fatto sentire meno malata di mente, e Grey’s Anatomy, che ancora adesso ovviamente seguo in contemporanea con gli Stati Uniti, è un po’ quel lato romanticamente sciocco che devo pur sfogare in qualche modo.

Lost è stato terribile, una persecuzione, un continuo ragionare e fare supposizioni, per poi finire, se così possiamo dire, senza spiegare un emerita cippa di niente di quello che avevo vissuto intensamente per 7 anni. Ancora adesso gli incubi sugli Altri mi perseguitano la notte. Non mi riprenderò mai dal finale di Lost, non me ne farò mai una ragione.

Insomma che per me quasi tutte le serie tv hanno un perché.

Ho avuto un momento in cui guardavo solo cazzate, solo quelle serie che fanno ridere e non hanno nessun significato o storia pesantissima e triste da seguire, alcune nemmeno le trasmettono in Italia, come the Goldbergs, Mom, The Black-ish, che mi fa veramente ridere, oppure Two Broke Girls, fantastico e cinico come me, ha delle battute che vorrei aver inventato io. Poi Modern Family, di cui adoro i personaggi, e New Girl, veramente surreale e non sense alcune volte, meraviglioso.

Si, li guardo quasi tutti. Adesso ho ripreso anche con quelle serie impegnate che avevo tralasciato per un po’: oltre ovviamente a tutte le serie di Shonda Rhimes, che mi fanno pensare che la mia vita sia veramente piatta e semplice, mi sono sparata tutte e due le serie di Fargo, bellissime e lentissime, nonché Narcos, che non mi aspettavo mi piacesse, ma invece mi sono guardata pure quello e Orange is the new black , che non è poi così duro. So solo che non riesco più a smettere.

Questi sono solo alcuni dei titoli, perché ce ne sono altre ancora, qualcuna che seguo solo per la curiosità di sapere come finisce, come succede a quasi tutte le donne per Beautiful, ad esempio Pretty Little Liars e lo stesso Grey’s Anatomy, che ha un po’ rotto i maroni.

Alcuni dei personaggi di queste serie televisive ormai fanno parte del nostro retaggio culturale, citavo prima Karen Walker, che se sapessi di essere immortale e inammalabile prenderei d’esempio ogni giorno della mia esistenza, è meravigliosamente malvagia e politicamente scorretta, e anche i personaggi di The Big Bang Theory, soprattutto Sheldon Cooper, sono ormai icone di questo o quel modo di essere e vivere.

Il problema vero però sono le ripercussioni pratiche di questo terribile male. Estraniarsi dalla realtà a volte è decisamente indispensabile, terapeutico; noi “serie tv dipendenti” non facciamo male a nessuno se invece di guardare Vespa o la D’Urso ci guardiamo una puntatina di Scandal.

Ed ecco che sorgono le complicazioni: se troviamo una serie nuova che ci piace, finiamo per rinchiuderci in casa e guardare tutte e 22 le puntate in un pomeriggio solo, o peggio, la sera, che poi arriviamo il mattino dopo a lavorare come degli zombies perché abbiamo spento la tv alle 6. Fino a che non smettiamo proprio di andarci a lavorare, perché ci sono troppe puntate nuove da guardare. Smettiamo di lavarci e di preparare la cena per i figli, ci sbraniamo qualsiasi cosa sia nelle vicinanze basta che non sia da cucinare, anche il gatto è a rischio. Se potessimo, ci faremmo pure mettere il catetere.

E’ una malattia che coinvolge tutta la famiglia: nessuno può parlare con noi mentre stiamo seguendo una puntata nuova, devono stare in un’altra stanza e in silenzio; si devono tutti procacciare il cibo da soli nel caso delle donne, nel caso degli uomini, devono essere imboccati e lavati dalla propria femmina mentre si ingozzano delle peggio schifezze, sempre in silenzio ovviamente e senza fare domande. Non esistiamo più, siamo fantasmi, l’unica cosa di cui ci interessiamo è evitare gli spoiler su facebook e cercare nuove serie, perché quelle che abbiamo non ci bastano più. Ogni giorno festivo è votato interamente alla maratona di visualizzazioni di puntate perse in settimana, non ci si alza dal divano nemmeno per andare a letto.

Insomma che si sono sfasciati dei matrimoni per questo disagio e ci sono tantissime famiglie mai nate per questo, ci sono tanti uomini e tante donne che vivono attraverso le storie dei telefilm, a volte ci si confonde anche un attimo; pensiamo di tornare a casa dal Dottor Stranamore e invece abitiamo in un buco lurido a Brooklyn…o forse nemmeno, non lo so più.

Fatto sta che io ho bisogno di aiuto. Perché non ne esco più, non sono solo telefilm, ma anche  cartoni animati: i Simpson, i Griffin, South Park, aiuto! Incontri persone fuori e le guardi pensando “cavolo, guarda quello come somiglia ad Homer Simpson” oppure nei momenti di merda “cosa farebbe Olivia Pope adesso?”. Ti innamori di uomini che non esistono, speri che nella tua vita sentimentale ci siano colpi di scena super romantici e invece la realtà è che sei in ciabatte pelose sul divano e copertina di pile, col rutto e la grattata liberi, con i capelli annodati e unti, i pop corn tra i denti e un certo puzzo di ascella. Poi che cazzo guardiamo a fare “50 sfumature di grigio” che solo il gatto ha il coraggio di starci vicino, e solo perché l’unico modo che ha per cibarsi e sopravivere è mangiare gli avanzi caduti sulla coperta e aspettare che il nostro cadavere puzzi, perché nessuno ci verrà a cercare, e mangiare direttamente noi.

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