Disoccupazione: a me fa schifo, non so a voi…

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Disoccupazione, parliamone.

Ebbene, a me la disoccupazione fa schifo e temo anche molti altri italiani condividano la mia stessa posizione.

Sembra, leggendo i giornali o ascoltando improbabili talk show televisivi, che agli italiani piaccia un sacco essere disoccupati, quasi fosse una benedizione.

Giuro, non ho mai sentito nessuno dire “che figata, sono senza lavoro, evvai! Dormo fino a tardi, mi gratto nelle mutande sul divano e poi però non ho da mangiare e non riesco a pagare le bollette, pazienza, sono fortunato!”.

Io vivo la disoccupazione come un tormento e una continua sensazione di mancanza di dignità, me ne vergogno e non vedo l’ora di andare a lavorare.

Ci sono però diversi aspetti da tenere in conto, ovvero: è giusto a 36 anni accontentarsi di qualsiasi cosa arrivi o ancora ho il diritto di sperare in una realizzazione personale? Io credo di sì, e lo sto facendo.

Il mio personale percorso lavorativo è stato semplice: sono stata dipendente per 10 anni nella stessa attività, facevo la commessa, un lavoro che mi è sempre stato stretto, perché la mia vera passione è sempre stata la comunicazione. Ne ho avuto conferma quando ho iniziato ad occuparmi del mio territorio in un consorzio come volontaria, dove ho ottenuto grandi risultati creando eventi e una grande community. Contemporaneamente, l’attività dove lavoravo era in crisi e di comune accordo, sono stata licenziata: volevo darmi un’opportunità.

Non è semplice trovarsi faccia a faccia con la disoccupazione a 34 anni, con due figli adolescenti e una grande voglia di essere indipendente, ma anche soddisfatta e orgogliosa. Ogni giorno sembra un giorno perso: ogni mattina sai che se non trovi un lavoro, ne hai perso un altro. Ti mortifichi, vieni risucchiato da un vortice di inerzia e accidia, perdi autostima con una velocità disturbante e silenziosamente, senza accorgertene.

Mi sono bastati pochi mesi per capire che dovessi fare qualcosa, reagire: “se il lavoro non c’è, posso crearmelo” ho pensato, ma ero talmente sopraffatta dalla sensazione di non potere più uscire da quella odiosa disoccupazione, da aver perso qualsiasi speranza di successo.

Venga messo agli atti che quando sei disoccupata, tutti hanno qualcosa da insegnarti sul mondo del lavoro, persino persone che non hanno mai lavorato in vita loro, ma nessuno ti aiuta a rimetterti in piedi, nessuno ti spiffera un posto di lavoro che potrebbe fare al caso tuo.

Un bel “tesoro mio, però se fai la schifignosa, non lo troverai mai un lavoro”, “beh, ma se nel curriculum hai solo un’esperienza lavorativa, cosa vuoi trovare?”, “cioè, tu vuoi fare comunicazione, ma non hai mai lavorato nella comunicazione? Ahahah!”, “ma scrivere sui social network non è mica un lavoro dai, lo sappiamo fare tutti”, non me l’ha mai levato nessuno, questa è la più grande gioia della disoccupazione: non essere presi mai sul serio.

La cosa in assoluto più mortificante è il rapporto con la famiglia: un giorno sei indipendente, il giorno dopo dipendi in tutto e per tutto da qualcuno. Manco le sigarette ti puoi permettere e devi chiedere la paghetta. Ti senti in colpa, ti senti inutile, ti vergogni e non fai altro che pensare al terribile esempio che stai dando ai tuoi figli. Ti senti un peso, sempre, piano piano sparisci.

Ora, vorrei quindi dire a tutti coloro che hanno voglia di rompere le palle cercando di tirarmi sempre più giù, che no, la disoccupazione non mi piace, così come non mi piace pensare di continuare a vivere la mia vita essendo costretta a fare cose che mi frustrano e non mi rendono felice.

Per questo un anno fa ho deciso di rimettermi a studiare – grazie soprattutto al mio compagno che mi supporta moltissimo – e ho ad oggi una qualifica professionale che mi rende una specialista dei contenuti, anche nel campo digitale. Ho completato uno stage all’interno di una cooperativa sociale che gestisce la maggioranza dei musei della mia città e continuo a progettare, collaborare e scrivere con diverse realtà. Ho un romanzo esposto al Salone Internazionale del Libro di Torino.

Oggi ancora non ho un lavoro, ma la strada si sta facendo più chiara e sono consapevole del fatto che inseguire la mia passione non sia stato un errore, né per me, né per la mia famiglia, almeno ho tentato e inoltre, quel tentativo di riappropriarmi di me è stato un successo.

Non venite quindi a scocciarmi con dei segreti “non ha voglia di fare niente” detti dietro alle spalle, perché ho fatto tanto, tantissimo e prima o poi un lavoro arriverà, perché sono brava in quello che mi piace fare.

Continuo a credere che in questo paese valga molto di più un cognome che la professionalità, ma non sempre, e rovisterò fino in fondo a quel “non sempre”, così come continuo a credere che in Italia siano davvero pochi coloro che amano succhiare soldi allo stato stando in panciolle.

La disoccupazione è degradante, deprimente, non è un modo per fare soldi o divertirsi ogni giorno, ricordatevelo ogni volta che dite “mantenuto” o “nullafacente” alle spalle di una persona, che probabilmente non ha voluto trovarsi in quella situazione e che quasi certamente sta soffrendo.

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Grazie!

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