Donne, cosa c’è successo? Lettera aperta a nessuno

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Ma che cosa è successo alle donne ultimamente?

Donne, carissime donne, cosa ci sta succedendo? Vedo e leggo sui social centinaia di lettere aperte a chiunque, per qualsiasi motivo.

Quand’è che siamo ritornate a dover spiegare, per esempio, perché non possiamo lavorare ed essere mamme? Quando a dover giustificare perché essere picchiate dal marito è brutto e le altre che subiscono violenza dovrebbero denunciare? Perché possiamo essere stuprate e la nostra privacy può essere violata liberamente e siamo giudicate noi le colpevoli?

Capiamoci bene donne, la nostra voce è importantissima, ne abbiamo tanta e abbiamo soprattutto, generalmente, anche una miriade di parole.

Ma mi sono trovata a riflettere sul perché la figura della donna sia di nuovo traballante e sottomessa a livelli preoccupanti, ridotta allo sfornamento di figli o a pazza frustrata per cercare di riuscire a portare avanti una casa con un uomo coi piedi sul divano e 2/3 pargoli urlanti.

Cosa è successo alle donne negli ultimi due anni per ritrovarsi su manifesti governativi con una clessidra in mano? O per vedere ogni sera una moglie, madre, ragazza al telegiornale massacrata da un marito o fidanzato incazzato, o suicida perché umiliata pubblicamente?

Non ho un’idea molto chiara di tutto ciò, ma partirei proprio dalla campagna #fertilityday, che ha dato delle donne un’immagine davvero agghiacciante, non tanto per i famosi manifesti in stile fascista in sé, ma per tutto quello che sta dietro a quelle immagini: ha statalmente sdoganato la visione della donna come merce o incubatore e autorizzato la sua declassificazione a questo e stop.

La condizione media delle donne a 30/40 anni è di lavoratrici precarie. Laureate, diplomate, magari sposate o conviventi e con anche voglia di metter su famiglia, ma col portafoglio vuoto. Niente mutui quindi niente casa di proprietà, e anche in quel caso, miriadi di spese per mantenerla. Non solo: orari flessibili, turni, magari pagati con i voucher, asili pieni e a costi altissimi e non si scappa dal dover lavorare in due, altrimenti non ce la si fa.

Vorrei capire a chi è venuto in mente di mettere nella testa delle donne il senso di colpa per avere senso di responsabilità. Certo, possiamo scegliere di fare un figlio domani, ma poi che vita gli offriamo in un paese che pensa di crescere promuovendo la copulazione come conigli e non il sistema di welfare? Sì, un gatto che si morde la coda, niente figli, meno soldi per il welfare, ma perché? Le tasse le paghiamo (quasi) tutti.

Care donne, invece di scrivere lettere di una banalità mortale in cui affermate di avere un marito che non collabora, cominciate a credere voi per prime che il marito ha le stesse vostre responsabilità e doveri nei confronti della propria famiglia, non deve collaborare, deve fare.

Cominciate a pensare che noi possiamo cambiare il mondo senza rincorrere per forza le posizioni maschili, non è obbligatorio, e possiamo farlo anche con i figli a volte. Cominciamo a credere che a quelle posizioni ci arriviamo, anche se con difficoltà in più, ma non lamentandoci di quanto siamo sfigate.

Questa maledizione di avere un utero è diventato un ostacolo alla felicità o all’ambizione?

So per certo donne, lo vivo sulla mia pelle, quanto sia complicato raggiungere una posizione di valore, mantenerla, crescere dei figli e non avere la possibilità di seguirli come vorremmo perché non siamo dei supereroi, avere spese troppo alte, ma insomma, io faccio del mio meglio e il mio compagno che lavora tutto il giorno, sa cosa vuol dire: arriva a casa e mette su la lavastoviglie, stende e non è che lo debba obbligare a farlo. Non gli permetto di mancarmi di rispetto o di sminuire quello che faccio o penso (fortunatamente non lo farebbe comunque) e punto sempre in alto.

Non vi parlo da manager aziendale con nonni o tate schierati ogni giorno ad ogni ora, ma da mamma che lavora part time e cerca comunque costantemente di migliorare la propria posizione, che nel frattempo segue i suoi figli e cerca di fargli fare sport e di farli divertire e studiare.

Perché dobbiamo reclamare il diritto a non avere figli e anche di averlo? Perché ci facciamo un mazzo tanto per arrivare in alto per sentirci trattare da inferiori comunque? Perché se scrivo un blog, o un libro, questo non viene considerato un lavoro e chiunque si sente libero di commentare con dei “mantenuta”, “questo non è lavorare, vai a zappare”? Perché? Perché lo permettiamo ancora?

Quando una donna è sicura di sé e sa che può raggiungere i suoi obiettivi, li raggiunge. Su questo la società, la politica, dovrebbe fare riferimento. Le donne, quelle che io considero tali, valutano tutte le varianti e decidono se si può o non si può, se vogliono o no.

Perché le donne sono tornate a mollare la presa, a farsi mettere i piedi in testa, ad essere dissacrate e ad autodissacrarsi, a deautorizzarsi e a non rispettarsi? Perché dichiarare di voler andare a letto col mondo, fotografarsi le tette e postarle sui social non equivale ad essere libere e nemmeno da il permesso a nessuno di commentare che sei una “vacca” o una “cagna”, equivale solo a non considerarsi come esseri umani rispettosi di sé stessi, da entrambe le parti. Equivale a decadenza.

Ecco cosa vedo, vedo decadenza.

Io non sono mai stata una moralista e mai lo sarò, nemmeno una bigotta proibizionista, ma se, donne, non vogliamo essere mercificate, non mercifichiamoci, partiamo da qui.

Se vogliamo essere rispettate, non manchiamoci di rispetto. Se vogliamo essere prese sul serio, non scriviamo letterine dove proclamiamo la nostra inadeguatezza, perché noi siamo adeguatissime. Non mettiamoci in imbarazzo in campagne che vogliono sovrapporci agli uomini perché faremmo la stessa cosa che la società maschilista ha fatto fino ad oggi a noi.

Se un uomo commenta una vostra foto con un “cagna”, denunciatelo alla polizia postale, non state lì a piangere o a rispondere con altri insulti. Siate all’altezza della vostra potenza, posizione e del vostro ruolo.

Volete avere figli? Fateli! Non li volete? Benissmo, non fateli! Li volete, ma non potete? Combattete! Considerate la vostra vita “normale” un atto eroico e andate avanti.

Insomma donne, l’autorizzazione che la società maschilista ci ha dato a sentirci inferiori ormai l’abbiamo radicata dentro di noi, dai tempi della mela di Adamo ed Eva, e la sfruttiamo per non fare nulla per combatterla, povere noi.

Certo, esistono battaglie su battaglie, insurrezioni mediatiche, ma il cambiamento deve partire dalla testa di tutte noi. Non vorrei mai più leggere nessuna lettera che dice che il marito non collabora o che abbiamo il privilegio di stare a casa a badare ai figli. Mai più.

E’ dal basso che partono le rivoluzioni. Basta coi sensi di colpa. La sola colpa che abbiamo è essere complici delle discriminazioni che subiamo.

Forse anche io banalizzo, ma è proprio dal concetto banalissimo della partecipazione di tutti che si forma una società sana e fruttuosa, rispettosa e senza discriminazioni.

Ora aggiungo come cameo una canzone che adoro, prendetela come una provocazione quale è! Essere donna oggi-Elio e Le Storie Tese

 

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