Ma perché il Festival di Sanremo sta così sulle palle ai musicisti?

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Settimana del Festival di Sanremo, si parte.

Il Festival di Sanremo è la manifestazione culturale italiana più controversa, seppur la più seguita. E’ un po’ come Silvio, nessuno l’ha votato.

Si scatenano polemiche e gossip già un mese prima, tutti sono attaccati al televisore aspettando che Barbarella D’Urso nostra ci parli dei partecipanti, ospiti, vestiti, inciuci. Poi partono le solite bufale sui cachet, le ormai dovute accuse di brogli e raccomandazioni, tutti diventano impresari e critici musicali.

Fatto sta che quando inizia, il martedì, lo guardiamo quasi tutti, anche se non lo diciamo. Oppure lo diciamo, ma ne parliamo malissimo.

Io, che nel mio piccolo ho molte amicizie tra i musicisti, anche di un certo calibro, mi chiedo sempre come mai a chi fa parte di quel mondo il Festival di Sanremo stia così sulle palle.

Ho trovato svariate risposte.

Primo: molti professionisti trovano la musica sanremese poco rappresentativa e di basso livello. Canzoni molto pop, oppure col classico taglio melodico italiano. Non riconoscono le canzoni in gara come abbastanza dignitose per far parte del panorama musicale italiano.

Secondo: trovano di cattivo gusto la partecipazione di meteore uscite fresche fresche dai talent show, insieme a quella dei soliti 10 cantanti che sembrano fare solo il Festival di Sanremo nella vita, che sono costruiti appositamente per fare quello.

Terzo: di musica se ne parla proprio poco durante Sanremo, e anche prima. Si discute di tutto, dei superospiti inutili, di quanto guadagnano, di chi sarà la valletta nuda di turno, di chi cadrà dalle scale, di chi sono gli abiti, ma essendo il Festival della canzone italiana, ecco, almeno un cenno al fatto che ci sia gente che canta sarebbe auspicabile.

Detto ciò, ragioniamo razionalmente su queste tre principali cose, che vengono accompagnate anche dalla voglia di lamentarsi sempre e talvolta anche dal rosicare.

Il Festival di Sanremo, come dicevo appena prima, è il Festival della canzone italiana. La musica italiana ha delle tradizioni, dei classicismi, delle particolarità che la rendono tale: melodie semplici, arrangiamenti semplici. Questo è quello che l’Italia ha sdoganato e che, volenti o nolenti, gli italiani vogliono ascoltare.

Possiamo discutere per ore sul fatto che Renga canti la stessa canzone da 10 anni cambiando leggermente le parole, sul fatto che Emma Marrone, pure lei, non è che si capisca bene se ha cambiato pezzo o no, come tutti gli altri del resto, ma è questo quello che vende. Chi gareggia al Festival di Sanremo, ha una canzone scritta e creata solo per questo, fatta secondo i suoi canoni.

Sappiamo tutti che le canzoni migliori sono quelle che hanno venduto meno, così come non hanno mai vinto. Sappiamo anche che chi vince raramente poi passa in radio.

Il pubblico sanremese è fatto di ragazzini che seguono gli ultimi usciti dalla fabbrica di Maria De Filippi, come di tanti anziani che rimpiangono ancora oggi Claudio Villa e Orietta Berti e sono certamente più dei giovani. Esattamente lo specchio di quello che è l’Italia adesso.

Il Festival di Sanremo è delle major discografiche, non dei musicisti. E’ fatto e creato appositamente per promuovere il cantante di turno attraverso musica creata ad arte per piacere a tutti e a nessuno. E’ fatto per il chiacchiericcio, per stare due giorni su un giornale e una settimana sugli schermi. Perché di canzoni sanremesi che si ricordano ce ne sono poche.

Ma è una realtà. Rappresenta la parte d’Italia che si adagia, che si prende quello che viene, che è troppo pigra per vedere e ascoltare qualcosa che non sia imposto dalla televisione, che si fa manipolare anche nei gusti e nelle frivolezze.

Esiste poi quella parte di musicisti che producono, scrivono, suonano moltissimo, ma lontano dai luoghi comuni. E sono quelli che lo detestano.

Sono anni che credo che nel mondo della musica bisognerebbe fare molta autocritica. Spesso se non si ha successo è perché non si piace. Non sempre ci sono dietro imbrogli, preferenze, raccomandazioni. Se alla gente piacciono i Modà, i Modà vendono e fanno tanti bei tour, prendiamone atto, è un dato di fatto.

Io il Festival di Sanremo lo guardo, almeno fino a che riesco a stare sveglia. Salto tutte le sciocchezze mediatiche, le interviste e ascolto le canzoni perché è giusto osservare e cercare di capire, è giusto anche scoprire magari che non tutto è merda. E’ una tradizione, è folclore, esiste! Ma ammetto di trovare noiose, scontate, già sentite, inutili, senza senso di esistere, quasi tutte le canzoni in gara.

Io credo sempre che lamentarsi senza muoversi non serva a nulla. Sono convinta che molti dei musicisti che conosco, avrebbero la possibilità, seppur con qualche sforzo, di partecipare e magari cominciare ad invertire la tendenza al falso. Perché di falso si parla. Bianca Atzei ad esempio, ne avete mai sentito parlare fuori dal Festival? Cosa ci fa lì? Ma dopo poi, pubblica anche degli album o esiste solo in funzione di questa settimana sanremese?

Ci sono tante cose che non mi piacciono di questi meccanismi, ma stare qui a scriverlo non cambierà le cose. E forse non dovrebbero cambiare visto che funzionano, forse siamo noi che ascoltiamo musica dal vivo, che ci interessiamo di cultura, di novità vitali per la vita sociale e per la nostra salute psicofisica (la musica è una terapia, ricordatevelo!) che dovremmo creare un nostro Sanremo. Ma smettendo di gettare schifo su quello che piace agli altri. Tanto non serve a nulla ed è poco corretto.

Credo comunque che il più grosso e forse ora insormontabile problema, sia la sbagliata e terribile educazione musicale e culturale che il Festival trasmette.

Aspetto con ansia un nuovo filone di Festival dove l’arte sia al centro, lo dico davvero, creato e gestito da chi la musica la ama davvero, al di là dei meccanismi puramente economici. Anche se sono consapevole che senza soldi, non si va da nessuna parte purtroppo. Non molliamo, l’arte è di tutti!

Anche quella che non capiamo.

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