Gli stivali di gomma – Storia di un borgo di mare

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Gli stivali di gomma

Un semaforo e una cabina telefonica.

Qualche panchina, il continuo strillare dei gabbiani, il chiacchiericcio come perpetuo sottofondo, e davanti agli occhi, una baia che si apre luminosa anche la notte; il mare, il sole che scalda i gozzi e profuma di legno.

Priaruggia: una roccaforte, un microcosmo quasi inespugnabile in cui si fa davvero fatica ad entrare, ma ancora di più ad uscire.

Per chi vive da sempre in questo piccolo angolo di paradiso terrestre, la sua aria salata, il suo parco, la sua durezza, sono parte integrante del sangue, un orgoglio inspiegabile, un’appartenenza da rivendicare con il cuore tra le mani.

Possiamo affermare con certezza che la bellezza di questo scorcio, equivale alla complessa, quanto semplice, unicità delle persone che la abitano.

Qui, dove il cielo è azzurro anche durante i temporali, dove il vento sporca la faccia di sale e fa assaporare la vastità del blu, nascono, vivono e muoiono racconti e storie, legati da un filo conduttore: la gente di Pria.

Una volta esisteva un viale a Priaruggia, uno di quelli veri.

Lo ricordo bene, si poteva assaggiare il profumo degli alberi, godere del cinguettio dei passerotti, dell’odore delle piccole botteghe e della focaccia, il tutto misto al puzzo della benzina, al rumore del poco traffico – in quegli anni ancora contenuto – e numerose cacche di cane.

I bar erano la nostra casa, da dove osservavamo scorrere le nostre vite scandite dalla monotonia e dalle abitudini, tra una partita a carte, un bianco amaro, qualche bestemmia per il Genoa e un pezzo di focaccia alla cipolla.

Ci conoscevamo quasi tutti ed eravamo alla ricerca silenziosa e disperata di qualche novità, non troppo grande però.

Chiaramente, in un borgo di pescatori, il pescivendolo era un protagonista, un pilastro della piccola società paesana.

Era un uomo piccolo, con i capelli bianchi e spettinati, unti.

Aveva la tipica pelle rugosa e scura chi vive per il proprio mare con passione. Portava sempre gli stivali di gomma, sempre.

Era nato in periferia, ma amava così tanto lo scorcio della baia di Priaruggia, la sua acqua, i frutti di quel mare, che decise di aprire un piccolo negozio qui, dove poter vendere il suo pescato, sfamarsi e forse migliorare la propria vita fatta di sale, nuotate e nottate in barca.

Aveva lanciato una sfida a chi la mattina percorreva quel viale: diventare il solo e unico idolo del mare priaruggino.

Un uomo instancabile, scorbutico e sarcastico, appariscente nei suoi abiti, che sembravano quelli di un senzatetto che dorme sulla spiaggia, noi credevamo che la sua casa fosse proprio la sua barca.

 A quell’epoca il quartiere era rigoglioso, pieno di piccoli e produttivi negozietti di ogni genere: alimentari, frutta e verdura, vestiti alla moda, scarpe; le persone erano facoltose e pronte ad investire i propri soldi in qualità e convivialità: entrare in una bottega non voleva solo dire fare acquisti di un certo spessore, ma anche creare relazioni, conoscere il proprio vicino di casa e avere qualcosa di cui parlare con amici e conoscenti, spettegolare insomma.

Proprio per questo Rocco, quel minuto vecchietto con la voce altisonante, era sulla bocca di tutti.

Il suo pesce freschissimo proveniva dalla sua fatica, sembrava quasi l’avesse creato lui, come se fosse suo figlio, il suo regalo a questo luogo così caro, così dentro alle sue vene.

Il suo aspetto e i suoi modi però, facevano storcere il naso a molti: le magliette larghissime e sgualcite, sporche e puzzolenti, i suoi stivaloni che non sembravano nemmeno della sua taglia, lasciavano perplessi i clienti, che godevano del suo lavoro, assaporando i freschi frutti del mare, ma lo disprezzavano dietro alle spalle, perché non all’altezza del decoro del quartiere.

Ammetto che anche io, passando davanti al suo negozio, spesso mi tappavo il naso dalla puzza soffocante di pesce che emanava.

Rocco era talmente eccentrico e concentrato sulla sua passione morbosa per il suo mare, per quei fiori spinosi lungo la costa, la sua voglia di riscattarsi e di godere quel blu, che non si accorse di nulla per molto tempo, anzi, si sentiva importante, fondamentale per il borgo.

Sembrava quasi un folle, cantava felice a squarcia gola mentre sistemava la sua merce sul bancone di marmo e si soffermava spesso a raccontare delle sue avventure subacquee, che lo dipingevano come un Capitano Nemo pronto a lottare per delle acciughe e delle orate meravigliose, sprezzante di ogni pericolo.

Mentre in lui cresceva la fiducia in sé, tra la clientela si continuava a vociferare di quell’uomo sporco, un pezzente un po’ matto, sembrava provassero anche una certa pena per la sua condizione; al bar c’era un costante brusio, una volta per la sua frase sbagliata, un’altra per la lurida maglietta del giorno.

Col passare degli anni, la stanchezza, gli sguardi ipocriti e pieni di compassione, cominciarono a rendere Rocco più duro; meno folle e più disilluso, arrabbiato e schifato da quella gente che lo giudicava senza sapere nulla di lui, dei suoi vestiti e dei suoi stivali di gomma enormi.

Un giorno, nella sua bottega, era arrivata Nora, un’appariscente donnina molto simile a lui: capelli alla Maga Magò, vestiti abbinati senza alcun gusto, coloratissimi, vecchi, usurati e fuori moda. E gli stivali di gomma enormi.

Lei era una brontolona, ma lo amava molto. Sembrano una coppia creata ad arte, disegnata da un caricaturista e decisamente incompatibile col resto del mondo: ne avevano uno proprio, fatto di pesce, amore e incurante delle chiacchiere altrui.

Durante una litigata, Nora e Rocco avevano dato spettacolo e spezzato la monotonia della routine delle signore bene del quartiere.

Io ero col Titti di passaggio, ma non avevamo potuto fare a meno di fermarci in un angolo, increduli e curiosi come scimmie, ad ascoltare.

Era una mattina come tante altre per noi, mentre loro urlavano fuori dalla pescheria: i calamari volavano per la strada e i saraghi erano diventati armi per schiaffeggiare l’altro.

Lei voleva dei regali, voleva un gioiello, un anello d’oro con un brillante; lui si rifiutava di piegarsi alle abitudini e alle usanze dell’alta società: credeva nell’amore e non nel metallo.

Credeva in una vita insieme fatta di condivisione, non di opulenza. Credeva anche negli sproloqui fantasiosi da quanto si era potuto sentire.

– “Brutta, lurida e pezzente sei, sprecona! Non sai cos’ho dovuto passare per catturare quel sarago, abbi rispetto per lui e il suo sacrificio! Sei come uno scorfano, sempre appiccicata a me come se fossi uno scoglio, e sei brutta uguale!”

– “Brutta io? Tu non mi meriti! Voglio quell’anello, voglio la dimostrazione che ami me e non i calamari, anzi, tieni, beccati questi!”, nel mentre ne lanciava un pugno dritto sulla sua faccia.

– “Neanche morto! Metti giù quel pesce, mai lo userei per toccare la tua barbuta faccia, vecchia strega maleodorante!”.

Insomma, Rocco, anche nel momento in cui avrebbe potuto dimostrare il suo amore per Nora, aveva scelto il sarago.

Eravamo tutti rimasti in piedi, scioccati davanti a quella scena, ma timidamente sorridenti, non sembrava vero, era surreale!

Dal giorno seguente, il negozio rimase vuoto: chi si sarebbe più avventurato in quel caos per un chilo di acciughe? Inoltre non avrebbe giovato alla nostra reputazione.

Rocco continuò incessantemente a pescare, a cantare e urlare, a imprecare contro i passanti perché nessuno era in grado di apprezzare il suo pescato meraviglioso, perché avrebbe dovuto buttarlo o darlo ai gatti, e ne soffriva.

Dopo qualche tempo però, ci fu silenzio. La serranda non si alzò più e sopra, attaccato malamente con il nastro adesivo, c’era un cartello: “sono troppo snob per stare tra di voi, il pesce potete pescarvelo da soli se ci riuscite, non vi merita”.

Rocco se n’era andato.

Non si vedeva più in giro, lo si poteva avvistare solo all’alba, spuntare dal mare, a volte in barca, a volte a nuoto, non importa quale stagione fosse.

La notte stava seduto sulla scogliera talvolta, poi spariva di nuovo, perso nel suo mare nero.

Cantava lo stesso, cantava a quella sterminata distesa d’acqua che lo rendeva felice, che lo attirava come una calamita, che era un’estensione di sé.

Anni dopo, molti, sul giornale leggemmo di un uomo ritrovato morto, sulla riva di una spiaggia non lontana da qui.

La pelle di Rocco era così usurata dal mare e dal sole che non avrei saputo dire quanti anni avesse quando lavorava in bottega, e nemmeno quando se n’è andato, abbracciato dal suo più grande amore, unendosi a lui una volta per sempre.

Si scoprì in seguito che l’eredità che aveva lasciato era enorme: case, barche, oggetti di antiquariato, gioielli di cui nessuno aveva mai saputo nulla, perché era solo, aveva scelto di esserlo.

Lui aveva amato solo il mare, la sua costa, i suoi scogli, i pesci e gli stivali di gomma.

In realtà, Rocco credeva che nessuno si meritasse di vedere e toccare i suoi soldi, per lui non avevano alcun valore, li aveva tenuti nascosti: lui si sentiva superiore anche in quei cenci.

Nessuno ha mai saputo che fine abbia fatto la sua fortuna, ma si pensa che siano stati i pesci a trarne giovamento, non di certo quelle persone che schifava più di quanto loro schifassero lui.

Le storie di questo luogo completano la magnetica magia che attira verso le grosse pietre, gli scogli impervi e un popolo ruvido come la sua spiaggia, inaspettatamente accogliente, aperta, infinita, dai mille colori e misteri.

Priaruggia è un mondo fatto dalla sua gente e dal suo mare. Dura, dolce e che lascia stupefatti, come il torrone nella calza dell’Epifania.

Priaruggia, ipse dixit 1980 e qualcosa.

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