Il femminismo è per tutte? Sì, boh, forse, non sempre.

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Femminismo, un termine in questi giorni sulla bocca di tutti, anche se non sempre in modo positivo. Ma è davvero per tutti?

Il femminismo, dizionario alla mano, è questo: movimento sorto nell’Ottocento che propugna la perfetta parità di diritti fra la donna e l’uomo; oggi ha esteso le sue rivendicazioni a ogni campo della vita sociale puntando alla valorizzazione della sensibilità e della cultura femminile. Né più né meno.

Quindi, cosa c’è di sbagliato in questa definizione, cosa vi manda su di giri ogni volta che leggete o sentite questa parola? Io direi nulla!

Voglio sottolineare che si parla di “perfetta parità tra donna e uomo” e non di supremazia.

Dopo il caso Weinstein, che ha reso pubblico un mondo nascosto di cui tutti eravamo già a conoscenza, le rivendicazioni femministe mediatiche sono esponenzialmente aumentate e sono state ascoltate per una volta. Resta però un gusto amarissimo in bocca, perché ci sono volute delle Asia Argento e delle Salma Hayek per sentire parlare di molestie sessuali sul lavoro con questa incisività, mentre la Pina e la Gina che lavorano al supermercato o all’ufficio vicino a casa, pur avendo subito e denunciato, non sono mai state cagate, anzi, in qualche modo hanno anche perso il posto.

Il femminismo è diventato quindi un altro hashtag da cavalcare? Purtroppo credo di sì, anche se ad ogni modo, a qualcosa è servito (vedremo per quanto).

C’è molta confusione sull’argomento.

Nell’immaginario collettivo – soprattutto quello maschile – le femministe sono donne che vanno in giro a tagliare peni, che si mostrano nude con scritte sulle tette, che odiano l’uomo e che vorrebbero vederlo come un succube schiavo per ripagare secoli di sottomissione.

In teoria non è così – come la stessa definizione sottolinea – anzi, credo che la maggior parte delle donne si possa definire femminista, perché crede di aver diritto ad uno stipendio pari al proprio collega maschio, perché vorrebbe poter indossare una maglietta che la fa sentire bella e bene senza essere vittima di battute e offese, perché vorrebbe camminare per strada senza sentire dei “ciao bella gnocca” o dei fischi, perché vuole essere madre o non esserlo, perché vuole occupare posti di successo senza dover scendere a compromessi o sentirsi in colpa, perché vuole preparare la cena, passare l’aspirapolvere, mettere su la lavastoviglie dandosi il cambio col compagno, perché vuole semplicemente essere libera ed avere una vita fatta di dedizione, ma anche ambizione e soprattutto rispetto e dignità.

Una femminista non vuole etichette, vuole soltanto essere donna e avere un ruolo in questo mondo al pari di un uomo.

Come ogni movimento che si trasforma in ideologia, spesso anche il femminismo si tramuta in qualcosa di imbarazzante, a volte anche violento, ma è chiaro che queste sono le eccezioni che si creano in una realtà fatta di soprusi e violenze e di solito sono isolate, comunque dettate da una frustrazione incontenibile o semplicemente da una personale inclinazione all’aggressività che non ha nulla a che vedere con un intero movimento.

Molte donne hanno paura di professarsi femministe, perché questa “etichetta” viene erroneamente interpretata come “essere contro agli uomini”. Non è così, o almeno, non è così nella stragrande maggioranza dei casi (nelle eccezioni, l’interpretazione personale non può discriminare un’intera battaglia), la causa femminista lotta per i diritti delle donne e non per negare diritti a qualcun altro. Talvolta però, trovo che bisognerebbe ricordarlo alle militanti dei vari gruppi a sostegno del femminismo, perché molte volte ho notato un po’ di snobismo nei confronti di chi cerca di fare la propria parte nel proprio piccolo, come se non si fosse abbastanza femministe per dire di esserlo.

Io credo fortemente di essere femminista, ma qualcuna non la pensa così, perché mi sono permessa di criticare alcuni atteggiamenti delle donne, perché ho puntato i fari anche sui difetti e sulle contraddizioni, sul fatto che la strada che abbiamo da fare è veramente tanta, a partire da noi: dobbiamo cominciare a prenderci sul serio col sorriso, non solo con il pugno alzato, a mettere nella pratica le idee, a renderle plausibili nella realtà di tutti i giorni, non solo teoricamente. Dobbiamo imparare a ridere di noi, a mettere in mostra anche i lati deboli e sventrare a partire dalla nostra casa, dalle nostre amicizie, da noi stesse, la strisciante mentalità patriarcale che ancora è padrona del nostro inconscio, che subdolamente, nei secoli si è insinuata nella nostra quotidianità come se fosse normalità quando non dovrebbe esserlo.

Prima di tutto, perché il femminismo funzioni, dovrebbe avere i piedi per terra e dovrebbe interessare tutte le donne, non solo quelle che i movimenti femministi ritengono all’altezza. Deve parlare la lingua delle casalinghe, delle commesse, non solo quella delle intellettuali o delle attrici di Hollywood, deve essere alla portata anche di chi non ha il potere o la fama a proteggerla. Non deve avere orientamento sessuale, anche una lesbica è donna. Non deve avere nessun pregiudizio quindi.

Non dovrebbe essere violento, ma costruttivo, inclusivo; non dovrebbe più essere un’etichetta, ma la normalità, una visione intrinseca nella donna. Deve proporre grandi battaglie diplomatiche, deve affrontare grandi temi etici lasciando spazio alle interpretazioni personali, ma anche essere spiccio, immediato, semplice e parlare di quotidianità. Non deve giudicare.

Non si è femministe solo in piazza, sui libri, negli hashtag, si è femministe anche e soprattutto quando non si accetta di essere sminuite, insultate, quando si prende coscienza del proprio valore e lo si rivendica nei piccoli gesti e azioni di ogni giorno. Si è femministe anche quando osservando un’altra donna si critica il suo modo di essere e di fare, magari per ridere, ammettendo di non essere una “razza superiore”; si è femministe quando il proprio essere donna viene vissuto con consapevolezza e allo stesso tempo leggerezza, quando riusciamo a prenderci in giro e quando abbiamo il peso delle responsabilità sulla schiena.

Essere femministe dovrebbe essere anche unità, solidarietà e mi dispiace dirlo, ma questo manca, manca la coesione, manca l’empatia. Su questo bisognerebbe lavorare molto, perché davvero troppo spesso la donna è maschilista più di un uomo, con sé stessa e con le altre donne.

Quindi no, non penso che in questo momento il femminismo sia per tutti, ma non perché qualcuno non sia all’altezza, semplicemente perché ci sono troppi pregiudizi tra noi donne, anche nelle associazioni e nei movimenti che si proclamano femministi e proprio noi donne ci ergiamo a giudici di chi può dirsi femminista e chi no, autoescludendoci e discriminandoci.

Però sì, credo fermamente nel femminismo, quello puro, vero, quello della definizione del dizionario, quello di cui spero molto presto non ci sarà più bisogno di parlare perché sarà la normalità, perché avrà scalzato dal suo posto in cima alla piramide il patriarcato. Quello per cui tutte le donne, ma proprio tutte, saranno incluse e per cui potranno avere una vita dignitosa, senza più abusi e discriminazioni da parte di nessuno.

 

 

Pic by aga7ta

 

 

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