Progresso vs il Maschilismo delle Donne

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Il maschilismo delle donne è sempre esistito, ma con l’avvento del web 2.0 sta toccando vette inesplorate.

Sì, il maschilismo è un cancro che la storia si porta dietro da secoli. Il termine viene coniato negli anni ’60, quando i primi moti femministi cominciarono a contrapporsi  ad un sistema patriarcale e discriminante.

Le origine storiche del maschilismo sono però più antiche, risalenti molto probabilmente alle prime società basate sull’agricoltura del Neolitico, visto che nell’ultimo periodo della gravidanza la donna era inadatta a lavori di fatica e quindi la suddivisione del lavoro mise piano piano la figura dell’uomo in risalto rispetto a quello delle donne. Diciamo che la diffusione del Cristianesimo e della Bibbia hanno dato una sferzata decisiva alla mentalità maschilista: la donna viene considerata sin dalla Genesi un’appendice dell’uomo, creata per fargli compagnia e direttamente da una sua costola, quindi apparentemente senza nessuno scopo se non riprodursi e servire il maschio. Vi faccio notare che tra l’altro, la storia della famosa “costola” è nata da un errore di traduzione, il termine tselah in realtà significherebbe “metà, lato, fianco”.

Insomma, come al solito la religione, non solo quella cristiana ovviamente, c’ha messo il suo bello zampino: visto che è un dio in persona ad affermare l’inferiorità della donna, non è che si possa dire il contrario.

Bene, adesso siamo nel 2017, viviamo in un paese che dovrebbe essere laico (e uso il condizionale a ragion veduta), abbiamo ereditato secoli di battaglie, combattute da donne che sapevano di valere quanto un uomo e invece, stiamo regredendo.

Il maschilismo è diventato femmina. Le donne sono le prime ad autodiscriminarsi, a mortificarsi, a partire da quelle semplici madri che si sentono in colpa se lavorano o coltivano una passione, fino ad arrivare a personaggi di successo dei media e della politica che con messaggi fuorvianti e retrogadi, cercano di rimettere al proprio posto dietro ai fornelli quelle signore che invece hanno autoconsapevolezza e ambizione.

Partiamo dall’ultima discussione riguardo all’aborto: la Regione Lazio ha deciso di assumere tramite un concorso solo ginecologi non obiettori, così che la legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza possa essere applicata e sia garantita giustizia e legalità. La cosa sconcertante è che due esponenti politici di spicco, come Giorgia Meloni e il ministro della sanità Lorenzin (non paga del Fertility Day), hanno mandato tramite media e social networks messaggi di solidarietà ai medici che invece non rispettano questa legge, che quindi non rispettano la Costituzione e ancora peggio il volere popolare, visto che è stata confermata grazie ad un referendum.

L’aborto è un argomento delicato, nel quale l’aspetto etico ha un’enorme valenza. Di fatto, credo che quasi nessuna donna abbia mai abortito con leggerezza e che ognuna di queste abbia poi dovuto affrontare le conseguenze psicologiche della decisione presa.

Quando una madre decide di rinunciare al figlio deve avere le proprie buone ragioni, che possono essere diverse e dagli altri non giudicabili. Violare il diritto di una donna di scegliere se essere madre o meno è una pericolosa violazione, non solo per la donna in sé, ma anche per il bambino costretto a nascere e a vivere una vita che non ha chiesto di vivere.

Detto ciò, i principi religiosi vanno lasciati a chi la religione la pratica e vi do una notizia: non lo facciamo tutti. Esiste tanta gente che non ha fede, che non crede all’inferno e al paradiso, ma che da un valore profondo alla vita, per questo, anche se dolorosamente, a volte decide non sia il caso di imporla. Ricordo anche che lo Stato italiano è uno stato laico, per cui le ingerenze della Chiesa cattolica dovrebbero starne fuori.

Se la prima a non capire il valore della maternità cosciente e desiderata è una donna, se le prime a difendere la violenza sulle donne che sono costrette a partorire un bambino malato che affronterà solo sofferenza, o un bambino nato da uno stupro o destinato ad essere abbandonato e solo sono proprio coloro che dovrebbero fare della propria posizione una bandiera di autodeterminazione, allora siamo messi proprio male.

Ma il maschilismo al femminile parte dal basso, dalle mamme fuori da scuola, dalle amiche. Da quelle tra loro che ti guardano storto se ti permetti di uscire e lasciare i figli con la tata, se pensi ad una carriera, se credi di avere tutte le carte in regola per avere successo, cambiare le cose, comunicare qualcosa. Io lo vedo ogni giorno: scrivo e scrivere, visto che non sono pagata (per adesso), agli occhi di alcune donne è un passatempo che non dovrebbe mettersi tra me e la preparazione della cena, tra me e l’accompagnare in piscina mia figlia o tra me e la lavatrice e la lavastoviglie. Questo è quello che voglio fare e per arrivare a farlo professionalmente, devo fare la gavetta, che è molto più faticosa di una lavatrice e lo devo fare come se fosse un lavoro vero, pagato, senza trascurare la mia famiglia. Non vedo per quale motivo dovrei sentirmi in colpa se la sera ho qualche piatto nel lavandino, ma ho scritto e comunicato qualcosa in cui credo, se ho passato la giornata a studiare come migliorare un articolo o su come impostarlo al meglio.

Se mi sento bene mi realizzo, insegno ai miei figli a farlo, trasmetto loro il principio dell’autodeterminazione, dell’avere coscienza del proprio potere e potenziale, di poterlo sfruttare al meglio. E questo dovrebbe rendere anche loro felici. Se così non fosse, allora bisognerebbe a maggior ragione continuare per educarli nel rispetto dell’individualità di ogni persona, anche se donna.

Il maschilismo lo si vede ogni giorno per strada, quando tra ragazze si guarda l’amica e la si apostrofa “zoccola” perché è carina o ha messo su i leggings; o quando magari va a letto con due o tre uomini diversi in un mese. Ovviamente un uomo sarebbe stato giudicato un gran figo in un’impresa simile, una donna viene marchiata subito dalla lettera scarlatta proprio dalle sue simili. Oppure si sparla della cicciona, di quella che non si vergogna ad andare in giro vestita come se fosse magra.

Una donna che viene fischiata per strada dagli uomini, che viene pesantemente vessata da commenti volgari, da frasi sessualmente esplicite, che magari viene anche maltrattata dal fidanzato, spesso tace e sopporta e quando tenta di parlarne con le amiche, la madre, la zia, viene sempre presa per matta, per una che esagera e comunque, visto che va in giro coi tacchi o i pantaloncini o ha parlato sorridendo al vicino di casa, se lo merita.

Alcune donne finiscono per crederlo, credono che tutto quello che sopportano sia normale amministrazione, che non si possa cambiare, che forse davvero se lo meritino. Che magari non sono in grado di stare dietro alla casa e al proprio lavoro, che non abbiano il diritto di levare due ore alla farcitura della lasagna per dedicarsi a loro stesse.

La versione 2.0 del maschilismo delle donne da il meglio di sé sui social. Certo, la rivalità femminile è sempre esistita, figlia naturale dell’istinto primordiale di primeggiare per essere l’esemplare più adatto alla procreazione, ma care, ricordiamoci che siamo nel 21esimo secolo e possiamo procreare anche da sole.

Leggo ogni giorno migliaia di commenti volgari, offensivi e violenti nei confronti di quelle donne che si mostrano, che si mettono in gioco, alcune che proprio giocano. Una ragazza può decidere di mostrarsi in pose sensuali senza che nessuna si arroghi il diritto di apostrofarla “cagna” o peggio ancora. Una donna può avere successo, può piacere o meno, ma nessuno si può permettere di insultarla o di giustificare chi lo fa.

Potrei citare altri milioni di situazioni in cui ci autodiscriminiamo.

Voglio solo dire questo: dobbiamo essere noi donne, per prime, a prendere coscienza del fatto che siamo esseri umani prima di tutto, e abbiamo gli stessi diritti e doveri di un uomo. Non siamo nate per fare da mangiare al marito, non siamo nate per essere l’unico genitore, non siamo nate per subire e tacere.

Noi donne possiamo vestirci come ci pare, possiamo decidere del nostro destino, nessuno ce lo vieta, siamo noi a vietarcelo da sole, perché siamo schiave di una mentalità retrogada che è rimasta più radicata in noi che nel maschio e che trasmettiamo ai nostri figli. Ci nascondiamo dietro al fatto che la società non ci considera al pari di un uomo per mollare la presa, per adagiarci e autogiustificarci se non raggiungiamo gli obiettivi che ci eravamo prefissate. E ci critichiamo, giudichiamo, perché in realtà siamo noi il nostro peggior nemico.

Sveglia donne, aiutatevi, semplicemente essendo voi stesse ed esercitando la vostra volontà.

 

Credits: Us and Culture

Pic e approfondimenti: La Mente è Meravigliosa

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