La Scelta tra Divano e Copertina/Divanetto e Gin Tonic: la Malattia del Sonno Perenne

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La domenica per me è davvero un giorno sacro, è il giorno in cui posso dormire.

Io sono una di quelle persone disagiate che se non dormono, vanno abbattute, che spesso si autoabbattono perché finiscono l’autonomia e si accasciano dove capita farfugliando cose.

Il sonno è sempre stato un problema per me, lo è davvero, è una discriminante che fa prendere alla mia vita delle direzioni; decido cosa fare e dove andare a seconda delle ore di sonno che mi rimangono a disposizione, a cosa dovrò fare il giorno dopo, se avrò tempo per fare un pisolino o no. Tutto ruota intorno al dormire. Sono malata lo so.

Al liceo avevo una band, facevamo le prove in settimana e spesso suonavamo anche nei locali, immaginate la mia faccia al mattino quando dovevo alzarmi per andare a scuola e la mia faccia a scuola per tutta a mattina, perché non soffro solo al momento del risveglio, ma proprio in maniera continuativa per tutta la giornata, e anche nei giorni seguenti fino a che non recupero tutte le ore che ho perso. Abbiamo iniziato con un live ogni tanto, poi è diventata routine quella di suonare il giovedì o il venerdì sera.

Uno strazio, dormire 4 ore per me è fantascienza, è contro la morale e tutti i principi etici, inoltre il mio corpo rifiuta categoricamente una vita con meno di 8 ore di sonno e si mette da solo in modalità risparmio energetico dopo le 23: parlo male, dico cazzate, a volte ho gli occhi aperti ma sogno.

Quando i miei figli erano neonati soffrivo come un cane, loro dormivano, si svegliavano solo una o due volte a notte per la poppata e poi fino al mattino non si sentivano più, ma per me quel momento che spezzava la dolce nanna era come un palo nel cuore; sono rimasta in catalessi per due anni praticamente. Ogni momento di silenzio per me era quello giusto per dormire; seminavo durante la giornata dieci minuti di sonno qui, dieci là, ho fatto tanti di quei giri sull’autobus da capolinea a capolinea per più volte che ormai ero amica di tutti i conducenti, al terzo viaggio venivano a svegliarmi per farmi scendere.

Quando sono uscita dal tunnel delle poppate notturne e del matrimonio e ho riacquisito un minimo di libertà, il primo pensiero è stato quello di uscire con le amiche, aperitivi, concerti, locali, feste, vacanze. Se ci penso adesso mi viene da ridere. Penso che quella vita sregolata (a weekend alternati ovviamente, quando i bambini erano col papà) sia durata sì e no tre settimane, dopodiché ho capito che il modo migliore per sfruttare quei fine settimana per me fosse dormire. Capite che tristezza?

Io vorrei uscire, ballare, cantare, stare fuori la notte, festeggiare, ma è il mio corpo che non me lo permette! Lui si ferma quando meglio crede, spegne metà dei neuroni, che già sono pochi a pieno regime, e divento un fantoccio che non sa nemmeno bene dov’è, con chi, che non sa quello che dice e lo dice biascicando parole incomprensibili. Capite perché è un problema? Devo scegliere il cuscino ai gin tonic, devo darla vinta a Shonda Rhimes e dare buca alle mie amiche festaiole, sì al divano con copertina, no al divanetto con cocktail. Ho una lotta interiore dentro di me, una guerra che non ha neanche senso combattere, perché so già chi sarà il vincitore: il sonno.

Negli anni ho dovuto cercare degli stratagemmi per poter continuare ad avere una vita sociale e non ridurmi a credere di essere anche io una tirocinante al Seattle Grace Hospital o l’amante del Presidente degli Stati Uniti:

  • si esce solo ed esclusivamente se il giorno dopo si può passare dal letto al divano e dal divano al letto, altrimenti, si sta a casa.
  • Si va fuori città per feste, concerti o cene solo se si trova da dormire nel raggio di 1 km o se qualcuno degli amici ci ospita, ovviamente se il giorno dopo non si hanno sveglie da inserire.
  • Si va sempre con mezzo proprio, così quando sento che è arrivato il mio momento me ne posso liberamente andare a letto senza costringere nessuno a riportarmi a casa o senza riportare qualcuno a casa sul più bello.
  • Chiaramente, non si esce mai in settimana, assolutamente no, solo in caso di aperitivo e rientro entro le 10, questa opzione deve presupporre però che per il resto della settimana io possa andare a letto alle 9 e che abbia il weekend libero.

E’ una malattia ragazzi, mentale fisica, è un lavoro organizzarsi in modo da poter rispettare le 8/9 ore a notte, ma purtroppo non posso fare altrimenti, non dipende da me. Voi non sapete la fatica che faccio ad arrivare alla domenica in uno stato mentale dignitoso, comincio a sbadigliare al lunedì mattina e smetto il sabato sera.

Vogliamo parlare del risveglio delle persone che hanno la mia stessa malattia?

Per noi alzarsi dal letto è la più grande disgrazia che ci possa accadere, pensate a cosa significhi per una persona, vivere il più grande dramma immaginabile ogni giorno. E’ un dolore immenso, uno strazio profondo e questa sofferenza che ci portiamo dentro ci rende un pochino scontrosi. Appena svegli noi non parliamo, ma se lo facciamo è solo per lamentarci o esprimere odio per qualcuno/qualcosa. Voi non dovete assolutamente parlarci e meno che mai, se vi azzardate a farlo, aspettarvi una risposta. L’errore più grande che potreste fare con noi la mattina è fare domande. La domanda no. E’ come se ci costringeste ad uscire violentemente da quel momento di lutto, come se ci dovessimo stuprare per tirare fuori una parola che non sia un vaffanculo. Evitatele per il vostro bene.

Io mi rendo conto che per il mio compagno, stare accanto ad una persona come me sia deprimente, sono più le ore che mi vede ad occhi chiusi che quelle in cui mi vede in piedi; se andiamo in vacanza, dobbiamo fare in modo di andare a letto presto comunque perché poi in hotel la colazione mica la servono fino a mezzogiorno, se dobbiamo andare ad un concerto o in un locale, lui è sempre pronto con le chiavi della macchina in mano a portarmi a casa prima di trovarmi svenuta sul gabinetto o buttata su una sedia con la bavetta, sempre ammesso che riesca a portarmi via dal divano, cosa che accade raramente.

Non saprei che altro aggiungere, il quadro è già abbastanza eloquente. Abbiate pietà di me amiche che fate le 4 del mattino ogni sera e il giorno dopo a lavoro siete rose appena sbocciate, scusate amici che ci invitate a concerti la domenica o il giovedì, sappiate che sono malata. Esprimo la mia solidarità a chi come me è stato costretto ad ottimizzare le feste in favore di una gestione del sonno mondo-sostenibile.

 

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