La strada è nostra: storie di un borgo marinaro

La strada è notra - Priaruggia
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La strada è nostra, una storia di quartiere e di identità.

            Un cappuccino, un pezzo di focaccia alle cipolle e il Secolo XIX, sempre la stessa storia di ogni mattina.

Era una bellissima giornata a Priaruggia, il sole della primavera, tiepido e luminoso, mi fece scattare una strana voglia: fare due passi sul lungomare.

Il Titti e Mario, due esempi di sedentarietà dannosa, non avevano nessuna intenzione di muoversi dal bar, ma alla fine li convinsi, anche perché le mogli avevano ordinato loro di comprare il pane e la carne per il pranzo.

Una delle caratteristiche degli abitanti di Priaruggia è l’assoluta convinzione di possedere tutto quello che li circonda nel quartiere: panchine, ringhiere, spiaggia, bar, ma soprattutto le strade.

Il pedigree di chi è nato e vissuto qui, impone infatti di camminare nel mezzo della strada: non sono i pedoni a doversi preoccupare delle auto, ma il contrario.

Purtroppo accade che talvolta, qualche foresto si imbatta per le nostre vie in macchina e non condivida molto questa nostra abitudine.

Quella mattina, la nostra triade era stranamente frizzante, merito forse di quel tepore e di quell’azzurro mare piatto che avevamo davanti, quindi decidemmo di alzarci dalle sedie di metallo all’esterno del bar con calma e decisamente poca agilità, per dirigerci lungo il viale a fare le commissioni che le padrone ci avevano affidato. Chiaramente nel mezzo della strada.

Tre bei fusti in scarpe di tela, polo, pantaloncini corti e il nostro berretto col pom pom; sembrava stessimo sfilando, salutando gli amici e le sciure dame di compagnia delle nostre comandanti.

Ad un tratto accadde l’impensabile: un’auto si stava dirigendo verso di noi e vedendoci, il conducente decise per sua sfortuna di suonare il clacson.

Un’intimidazione inaccettabile, voleva salissimo sul marciapiede!

Io, Mario e il Titti, d’istinto, subito urlammo

– “e stai calmo, ma dove devi andare di corsa alle 8 del mattino?”

L’auto rallentò e si fermò non troppo vicino a noi, che ovviamente non avevamo ceduto alla provocazione; il conducente tirò giù il finestrino:

– “Belin, ma non lo sapete qui che esistono i marciapiedi?”

– “Certo che lo sappiamo, ma fanno schifo. Lei poi chi è, cosa vuole? Stiamo solo cercando di fare la spesa in pace, ma come si permette?”

Gli animi si stavano surriscaldando: eravamo abituati agli ordini delle mogli, ma non ne avremmo mai e poi mai eseguito uno partito da uno sconosciuto foresto, irrispettoso del nostro borgo e delle sue tradizioni.

– “Levatevi, c’è gente che va a lavorare lo sapete?”

– “Se aspetta un momento andiamo avanti e poi passa”

– “Ma salite sul marciapiede no?”

La discussione si stava svolgendo tra noi e l’auto più indietro di 10 metri, quindi, sostanzialmente, stavamo urlando.

Tutti guardavano ed erano pronti a partire all’assalto della piccola utilitaria.

Mario, che aveva già fatto la fatica di alzarsi dal tavolino del bar per scendere fino al macellaio, non avrebbe mai accettato anche di salire su un marciapiede.

– “Senta lei, io sul marciapiede ci salgo quando voglio. Qualcuno prenda la targa di questo signore e poi vediamo se viene a comandarci cosa fare a casa nostra!”

Qualcuno l’annotò davvero.

Insomma, con lentezza, calma e petto in fuori, andammo avanti per la nostra strada e il signore arrogante dovette aspettare che passassimo, con le mani tra i capelli.

Ci sentimmo dei supereroi: avevamo sfidato un’auto, combattuto per la nostra libertà di camminare in mezzo alla strada!

Da quel giorno, il poveretto con l’utilitaria, che passava ogni mattina dal viale per andare a lavoro, trovò un regalo nuovo: un pomodoro lanciato al volo, secchiate di chissà cosa, persino sacchetti con cacche di cane (almeno credo), fino a ché non passò più.

Avevamo vinto! Avevamo ribadito al mondo fuori da Priaruggia che la strada è nostra e possiamo camminarci nel mezzo quando e quanto vogliamo!

Pria era stata liberata.

Priaruggia. Ipse dixit 1990 e qualcosa.

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