Musica Live e il caso Red Devil Pub: Gestori vs Musicisti

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Red Devil Pub, la musica live e l’offertona: dateci 100 euro che vi facciamo suonare.

Mi preme, in quanto cantante e “quasi” imprenditrice, dire la mia sulla questione annosissima della musica live nei locali.

Il Red Devil Pub si trova a Rimini, di cui non conosco le abitudini notturne o musicali, ma dal fatto che vivono di dj tutte le estati e che le entrate della città vertono su quello, ho come l’idea che la musica dal vivo non abbia proprio un ruolo da protagonista. Ripeto però, non  conosco la situazione e quindi mi riservo di non commentarla.

Conosco bene invece la situazione della musica live a Genova, che comunque mi sembra rispecchi quella di tante città.

Ma il problema è che ormai tutto si traduce in una lotta: gestori dei locali vs musicisti.

Ci sono diverse considerazioni da fare riguardo a questa faida, nata per ovvi motivi qui a Genova: la cialtronaggine di gran parte dei componenti di entrambe le categorie. E lo metto in grassetto, anche se non è propriamente un termine da usare in un articolo.

Partiamo dai gestori.

Un giorno una persona decide di aprire un locale. Dovrebbe essere già chiaro prima dell’apertura quale sarà la rotta da tenere per la propria attività, come lo starter pack del marketing ci insegna. Deciso il progetto, si passa all’azione: prima di tutto si considera il budget da investire, si recupera se già non è a disposizione e poi, si parte! Ottimo.

Quando si fa il progetto per un locale, bar, ristorante, bisogna mettere subito in conto se la musica live farà parte delle attività o meno. Perché sappiate che fare musica dal vivo senza casse, mixer, spie, luci, fonico, equivale ad una pizzeria senza il forno, ad un papà che vuole partorire, insomma, mancano i requisiti minimi. E tutte queste cose vanno messe nel budget. Prima possibilmente.

Se un imprenditore decide che la musica live è la sua passione e vuole portarla nel proprio pub, ristorante, quello che è, deve farsi due conti: prima per l’attrezzatura, poi riguardo alle sue competenze nel campo, che spesso, ahimé, sono nulle. Non si può far fruttare questa idea seguendo solo ed esclusivamente il gusto personale. C’è bisogno di affidarsi a qualcuno che abbia esperienza, conoscenze in ambito musicale e tra i musicisti. E anche questo va messo nel budget: un gestore gestisce la propria attività, non fa anche il direttore artistico, a meno che quella non fosse la sua occupazione precedente o simile; il direttore artistico, pagato per fare questo, decide le band a seconda del pubblico che frequenta il locale e i suoi gusti.

Se un imprenditore decide che la musica live possa servire a risollevare le sorti della propria attività ha sbagliato già in partenza. La musica live costa, i musicisti sono imprenditori a cui dai un appalto e le cose sono due: o fornisci loro tutte le materie prime e paghi la manodopera e le trasferte, oppure, li paghi per tutto. Il locale deve essere adeguato negli spazi e nell’acustica, oltre che nel service a disposizione e gli artisti vanno scelti, come sopra, non alla cazzo di cane, perché vanno gratis, perché sono amici e via discorrendo.

Spesso i direttori artistici dei locali (a Genova, fuori non so), prendono una percentuale sull’ingaggio. Da questo deriva a volte il sottopagamento degli artisti: il gestore ha un budget di 600 euro, il D.A. fa 50 e 50. E non va bene. Il direttore artistico, quando c’è, andrebbe retribuito a prescindere dal cachet della band e dal budget a lei destinato, non si possono pagare 6 persone (minimo) al prezzo di una.

Ne conviene che, un locale che fa musica live, deve nascere per questo, con questa prerogativa. Può anche diventarlo, ma sempre valutando costi/guadagni che un’attività di questo genere può generare. Mangiare in un ristorante la tartare con un gruppo punk che suona in sottofondo perché si sono offerti gratuitamente e portano tanti amici non va bene; nemmeno andare a bere una birra trovandoti a sorpresa un tributo a Ligabue, allora ti compri la birra al Lidl e te la bevi a casa tua, che almeno puoi scegliere come morire. Se il locale apre con queste linee, allora se ci vai, buon per te, vuol dire che ti piace così, che quello è lo stile che vuoi dare e che funziona. Ma in linea di massima questi posti muoiono dopo poco perché, finiti gli amici dei musicisti e i musicisti disposti a suonare per due spicci, nessuno li frequenta.

Un imprenditore per dirsi tale dovrebbe avere un business plan, non affidarsi al caso. Deve sapere cosa lo fa guadagnare, come e quanto, quanto deve spendere e quali sono le condizioni minime per cui il suo progetto possa andare avanti ed attrezzarsi per disporne, incluse norme di legge minime (vedi siae e enpals). Avere strategie moderne di comunicazione via social, media, e non lasciare l’incombenza dell’evento Facebook e della promozione alle band. Il locale non è il loro.

Purtroppo i gestori dei locali si dimenticano spesso che anche i musicisti sono imprenditori, e i musicisti si dimenticano che i gestori dei locali sono imprenditori. Entrambe le parti vivono e mangiano grazie ai soldi guadagnati con le proprie attività.

Ma parliamo dei musicisti.

Ora come ora, chi suona viene considerato un fancazzista. Questo pensiero però non deriva dai gestori dei locali, ma dalla cultura che la scuola italiana ci impartisce fin dalla tenera età: la musica a scuola non viene considerata come una possibile carriera o una formazione di base, ma solo come una piacevole parentesi insignificante. Nulla di più scorretto, ma su questo ci sarebbe da discutere a lungo.

Il musicista vero studia e investe tempo e denaro per la sua formazione. Per avere il già citato denaro di cui necessita, deve guadagnare mettendo in pratica le sue competenze, ovvero suonando o insegnando, mettendosi a confronto con gli altri musicisti, con la sana competizione che fa capire come migliorare, con il confronto con gli altri mestieranti. I musicisti hanno bisogno di almeno un mentore, qualcuno che li indirizzi, che li aiuti a capire che strada devono prendere, insomma, indovinate un po’? Né più né meno di quello che accade nelle altre professioni. Bisogna fare pratica, bisogna condividere per crescere come artisti e ispirarsi.

Bene, qui a Genova la cosa è complessa. Per conformazione i locali dove si può suonare sono pochi, piccoli. Lo spazio per crescere e condividere è poco.

Fortunatamente, negli ultimi anni, qualcosa sembra muoversi, nascono collettivi di artisti, serate fatte per salire sul palco e provare a vedere come va, magari condividendolo con dei grandi artisti (i cosiddetti Open Mic), i piccoli teatri si aprono ai giovani musicisti.

Ecco però, non è tutto oro quello che luccica. Il musicista di per sé è narcisista, si sente sempre sottostimato, anche quando non lo è, ma anche quando si merita di esserlo: non tutti coloro che prendono in mano uno strumento hanno la mentalità e la dedizione giusta per essere definiti tali. Ci sono in giro band inascoltabili, che solo per la voglia di salire su un palco si prestano gratis o addirittura pagando, a fare concerti in posti inadeguati o dove sono loro stessi inadeguati; ci sono gruppi che musicisti anche validi creano solo per guadagnare, tirati su velocemente e con arrangiamenti banali e approssimativi, facendo leva sulla scarsa cultura musicale di oggi, sul pressapochismo dei gestori dei locali; gruppi che mettono in imbarazzo chi invece propone sempre la qualità, anche nel suonare cover, l’originalità, il lavoro.

Diciamo che ci sarebbe da fare una vastissima autoanalisi. Se i gestori dei locali sono arrivati a farsi pagare per dare spazi per suonare, è perché qualcuno ha svalutato tanto il mestiere del musicista da farlo diventare plausibile. Insomma, il musicista è anche il proprio peggior nemico se non ha terreno fertile dove confrontarsi e capire i propri limiti.

Dunque, vita difficile per chi fa musica, ma anche per chi gestisce un locale, che viene non poco vessato da tasse, regolamenti e menate varie. Il punto fermo è che entrambi hanno una professione dal quale traggono il guadagno che da loro da mangiare. Ci vorrebbe del rispetto reciproco: il gestore non deve vedere la band come una scocciatura che però porta gli amici paganti con sé e il musicista non deve sempre sentenziare che il proprietario del locale dove suona vuole sfruttarlo. Per sopravvivere entrambi occorre professionalità da ambo le parti. Occorre preparazione, studio. Il musicista deve suonare dove è in regola, il gestore deve esserlo.

Detto ciò, il fatto che le persone non vadano più tanto spesso ad ascoltare la musica live ha i suoi motivi: spesso è di scarsa qualità (perché sottopagata o creata ad arte per quella serata che serve a tappare un buco), perché è banale, perché è cara, perché viviamo in un mondo dove i live si guardano in diretta da facebook o su youtube dal divano. Colpa di tutti e di nessuno.

L’unico consiglio che posso dare alle tre categorie, musicisti, gestori e pubblico, è di confrontarsi e svendersi meno, di non lasciarsi vivere, ma di alzare la voce per non perdere la cultura, l’aggregazione, la condivisione. Che esseri umani saremmo senza anche questo?

P.S. Concedetemi che il Red Devil Pub di Rimini ha fatto una mossa di social marketing non da poco, ora tutti parlano di loro, e che comunque gli insulti a loro rivolti sono decisamente fuori luogo e dimostrano che non esiste rispetto tra le due categorie (musicisti e gestori). Keep Calm People.

 

 

 

 

 

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