Quella volta sul ponte: su quel ponte eravamo mille e due

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Quella volta sul ponte: iniziativa lanciata da Luca Bizzarri. Scrivere un racconto breve su cosa il Ponte Morandi ha lasciato a noi genovesi.

Sono arrivata in ritardo, ma voglio condividere con voi la mia memoria, perché quella volta sul ponte la mia vita è cambiata.

“Quella volta sul ponte sembrava tutto surreale.

Pioveva a dirotto, non avevo l’ombrello, sarà stato settembre.

Mi avevi dato appuntamento in Corso Europa, davanti all’Ac Hotel, perché dovevi fare benzina ed eri in ritardo, in ritardo su tutto, soprattutto sulla tua voglia di starmi finalmente vicino.

Avevo provato ad arrivare a quell’incontro preparata, serena, anche un pochino curata, ma ero salita in macchina fradicia, con l’odore della pioggia e il caldo insieme, con quel sapore di eccitazione ed imbarazzo che precedono una svolta decisiva.

I capelli piatti, spettinati, il trucco che mi faceva sembrare un panda timido e pieno di vergogna.

Salita sulla macchina in disordine, ma che raccontava di un tentativo tardivo di messa a punto, mi avevi guardata e io quello sguardo ancora lo ricordo: era enorme. Così grande da farmi spuntare un piccolo e imbarazzato sorriso di disagio misto ad un’emozione quasi incontenibile.

Eravamo partiti alla volta della ridente e meravigliosa Bolzaneto – soprattutto nei giorni di pioggia – ma per noi quel giorno rappresentava il giardino dell’Eden, non importava il luogo o la situazione meteorologica.

Prima però saremmo dovuti passare dall’Ikea, a comprare un irrinunciabile set per la cucina, una cosa veloce, per rompere la tensione.

Io ti amavo da morire, così come oggi, ed era già un po’ che entrambi sapevamo di dover stare insieme, ma era tutto così complicato, tu eri così spaventato.

Non ho mai capito perché mi avessi scelta, nonostante tutto.

Erano passati mesi dal nostro primo bacio, un bacio che ci aveva fatto sentire quasi colpevoli, che mi aveva trasportato con violenza in una dimensione nuova: ero di nuovo libera. Libera dal mio matrimonio fallito, libera dall’idea di odiare gli uomini, libera dal pensiero di non valere nulla.

Ero io il problema, ero io quella con i figli e un ex marito, ero io ad essere impaziente di ricominciare la mia vita.

Mi avevi tenuta sempre a distanza, quella di sicurezza, quella che ti eri preso per non soffrire, ma soprattutto per non distruggermi di nuovo; mentre io fantasticavo su una nuova famiglia, tu pensavi già a come metterla al sicuro, prima ancora che nascesse.

Tutti i mesi che erano passati mentre ci innamoravamo una dell’altro erano stati quasi una tortura per me; ero ancora una bambina, una bambina sconvolta da una cosa più grande di lei: la caduta del Mulino Bianco, un’esplosione avvertita anche all’estero, che bianco per altro non era mai stato, semmai viola, color funerale. Quel matrimonio fallito era già fallito appena nato.

Eri arrivato tu, dal nulla, nemmeno ti avevo notato, nemmeno pensavo di poter essere felice di nuovo, ma sono bastati pochi mesi e qualche frase per capire che fossi tu, proprio tu, chi volevo accanto.

Ti ho disprezzato, ho pensato ti prendessi gioco di me, ho creduto non avessi il fegato per stare con una come me, per crescere dei figli non tuoi, mi hai fatto soffrire come un animale imprigionato in una tagliola per giorni e giorni, mi hai lasciata, mi hai ripresa. Mi hai insegnato a vivere meglio, a condividere, io dovevo ancora crescere.

 

Quel giorno sul ponte eravamo in mille e due, noi due, in coda, in attesa di uscire dal pantano, dalle pozze alte mezzo metro, dall’ansia che chiunque ha sempre provato trovandosi lassù, con la Genova dei centri commerciali a destra e la Genova aperta al mondo a sinistra. Sotto il vuoto. O meglio, un torrente che minacciava di incazzarsi a breve.

C’eravamo io e te in un silenzio pesante come un’incudine, un tacere che si poteva toccare e che avrebbe potuto raccontare per ore ed ore il nostro impaziente amore.

Eravamo due ragazzini, due persone nude tra la folla, eravamo in uno di quei sogni in cui si cade nel vuoto e ci si sente senza fiato, dove si aspetta solo che finisca.

Fermi, per più di mezz’ora su quel ponte e la musica, probabilmente i Pink Floyd conoscendoti.

Il tempo bloccato, la strada ipnotica: accanto a noi altre centinaia di vite. Qualcuno tornava a casa dal lavoro notturno, qualcuno andava a fare spese per una nuova vita in arrivo, altri chissà quale viaggio stessero intraprendendo.

Bimbi, mamme, papà, mogli, mariti, single, insegnanti, operai, manager. Quante narrazioni, quante storie accanto a noi, eppure esisteva solo la nostra, la nostra nuova storia.

Il ponte, quel ponte, ci aveva portato alla prima destinazione: un acquisto per una casa, che ancora non era nostra, ma che con quel piccolo set di pentole, sapeva già di NOI. Quell’intimità che un’Ikea regala ad una coppia nuova di zecca, ancora da rodare, quella poesia di cui anche le polpette alla salsa di mirtillo si ricoprono quando si sente di stare in famiglia, le polpette di legno, da costruire come il nostro futuro.

C’eravamo parlati poco, ma guardati molto. Ci eravamo scambiati tanti sorrisi estremamente pudici e poi siamo andati via, in fretta.

Il ponte era dietro di noi, davanti la nostra nuova vita.

Abbiamo fatto l’amore per la prima volta quel giorno, e non abbiamo più smesso (più o meno). Non all’Ikea per la precisione.

Quello era il nostro obiettivo, amarci finalmente, liberi.

Lui, quel ponte, quello che adesso è un mostro assassino, ci ha portato fin qui oggi, a questa meravigliosa intesa che va al di là di ogni comprensione, strana, ma alchemica, due poli opposti, due metà della mela e altre cazzate.

Stiamo bene io e te, ci amiamo ancora così. Noi ci siamo, il ponte non più, ma sarà sempre quella parte di noi che ci ha condotti fino a qui.”

Foto di Fabrizio Mantelli

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