#ioStoconlOrtica , #ioStocolSUQ, #ioStoconlaCultura

Mentre la stragrande maggioranza degli italiani è occupata a difendere la tradizione cattolica, che già sentirli chiamare la religione tradizione da il senso di quanto ci tengano davvero, a Genova, nel silenzio generale, i fondi per le iniziative culturali vengono tagliati, se non cancellati. Due realtà genovesi si trovano in cattivissime acque, una è il SUQ, al quale io sono affezionatissima e che ogni anno non manco mai di visitare insieme ai figli, una realtà multietnica che ci regala bellissimi esempi di integrazione e identità (e ne abbiamo proprio bisogno) e l’altra è il Teatro Dell’Ortica, che oltre alla sua funzione classica di teatro, ospita parecchi laboratori per pazienti psichiatrici, per detenuti o per ragazzi con disabilità. Trovo davvero assurdo tirare su dei polveroni per sciocche questioni di principio, peraltro con basi molto deboli e imbarazzanti, e invece lasciar correre e ignorare un ennesimo colpo così forte che viene inferto alla città di Genova e alla cultura, socialità ed educazione in generale. Queste sono cose che non possiamo trascurare perché ci verrà tolto tutto, nell’indifferenza totale, e rimarremo soli in un mondo strapieno di gente ignorante e scema con un crocifisso in classe. Non possono levarci il sapere, non possono toglierci l’arte, non possono privarci della possibilità di condividere storie ed emozioni, non possiamo stare in silenzio davanti a questo scempio.

L’Arte e la Terapia del Gossip

” Oh, hai sentito che la Ba ha le verruche ai piedi? Se l’è prese al mare, così dice, ma chissà dove si è andata ad infilare quella lì” ; ” Lo sai che la tizia dell’ ufficio si è rifatta le tette, ma dove li ha presi i soldi che è una morta di fame?” , ” Sai, mia moglie secondo me mi tradisce, cosa ne pensi? Sono pazzo o è davvero una vacca?”.

Il gossip è la grande forza che muove il mondo.

In ogni angolo di città in cui ti siedi, cammini, lavori, senti persone che giudicano le vite altrui, che borbottano consigli anche un po’ schifate dal comportamento del soggetto del pettegolezzo.

Io amo guardare la gente spettegolare.

Spettegolare è un’ arte alquanto complessa: prima di tutto, non bisogna essere troppo coscienti di farlo, altrimenti si rischia di sentirsi colpevoli e in questo caso, è deleterio; il pettegolezzo va fatto senz’anima, con anche un velato disprezzo, non troppo sentito però. Quando si parla dei fatti altrui, sembra quasi che quelle persone non siano reali, quindi possono essere offese, mal giudicate e diffamate liberamente, soprattutto se si ha l’ appoggio delle altre comari vicino a te. I fatti non devono per forza essere realmente accaduti, anzi, se le circostanze lo permettono, è consigliabile aggiungere la fantasia alla storia, appendici creative che la rendano ancora più avvincente. Gli argomenti sono liberi: amore, casa, famiglia, peso, soldi, salute, abbigliamento, capelli, unghie, intelletto, cultura e via discorrendo, niente e nessuno si salva; è estremamente raro trovare qualcuno con un proprio punto di vista sulla politica, sull’ economia, ma sui cazzi tuoi stai pur certo che ce l’hanno tutti.

Io sono una vittima del gossip, in due modi: prima di tutto, sono stata per anni, e a mia insaputa sicuramente lo sono anche adesso, oggetto di grandi discussioni nel mio quartiere; tutti mi conoscono e tutti si sentono in dovere di esprimere il proprio parere sulle mie scelte di vita: la mia band e i concerti, i figli da giovane, il matrimonio, la separazione, le mie amicizie, il mio compagno, la mia salute. Ho dato al mio piccolo mondo davvero tanto da discutere e svariati argomenti per commenti stizziti, visto che non sono conosciuta come “quella che si tiene il proprio parere per sé”. Sono sempre stata in prima linea in tutto e continuerò ad esserlo, ecco perché sono vittima due volte: tutti vengono a parlare con me. Considero questa cosa un’arma a doppio taglio; sono felice di ascoltare e aiutare amici o conoscenti, ne vado fiera, a volte però vengo a sapere cose che proprio non mi interessano e peggio ancora,in alcuni casi non vorrei proprio sapere. Non m’interessa di Tizio con la sifilide perché ha fatto sesso con una mai vista sul treno, delle verruche di Ba e di come le ha prese, meno che mai me ne frega qualcosa delle tette di quella dell’ufficio di fronte e di come se le paga. Poi quando viene il marito della mia amica a dirmi che l’ha tradita o la mia amica si tacchina il fidanzato di un’altra mia amica, che goduria. Ma queste cose le so sempre. Perchè me le vengono a raccontare.Il mio soprannome è oramai “la portinaia”, io ci tengo a sottolineare che alla portinaia sono i condomini che vanno a raccontare le cose, o gliele fanno sotto il naso.

Effettivamente però, con l’età anche io sento a volte il forte bisogno di dire qualcosa di inutile e acido su un’ altra persona, possibilmente donna, per levarmi un po’ di quella tensione sociale e un po’ di quello stress alla fine della giornata, per non soccombere. La terapia del gossip è una delle più usate e anche delle più economiche, ha però anche dei possibili effetti collaterali che possono essere evitati solo essendo astuti. Infatti non tutti possono spettegolare con sicurezza, alcune persone non ne sono all’altezza: ci vuole classe e un’innata capacità di selezione e distinzione tra chi può sostenere la conoscenza e chi no. Basta farsi sfuggire una sola parola con la persona sbagliata, e il lavoro di anni viene buttato nella spazzatura; anni di screditamento, di invenzioni creative e di raccolta di informazioni specifiche che perdono credibilità, o che arrivano all’ orecchio del protagonista del pettegolezzo; ne conseguirà un litigio, dove solo la scaltrezza può farti uscire vincitore.

C’è anche un livello più alto di fare gossip, ed è quello che prediligo: far scoppiare liti tra altre persone senza affrontare mai chiaramente l’argomento di litigio, il cosiddetto “merdone”. Questo metodo richiede un livello di destrezza raffinato, può essere perpetrato solo da manipolatori esperti; comincia con una pulce nell’ orecchio, con una frase detta nel posto giusto al momento giusto, quando sai che la terza persona, la vittima, ti sta ascoltando. Ecco che questa sospettosamente chiede all’ interlocutore del manipolatore cosa ha detto e lui, che quasi sempre è complice, non dirà nulla. Si innesca un meccanismo di sottomissione e diffidenza tale che il primo a caso che dirà una parola sbagliata o inerente al mezzo discorso origliato qualche giorno prima dalla vittima, diventerà a sua volta bersaglio e verrà fustigato pubblicamente.

Bisogna trovare sempre un po’ di poesia nella vita, anche nelle cose poco rispettabili tipiche dell’essere umano. Anche le debolezze nascondono qualcosa di sublime e laborioso, basta saperle guardare con l’occhio giusto; ne siamo tutti schiavi, alcuni però sanno sfruttarle in proprio favore.

La complessità di una cosa così futile come l’ ipocrisia, la slealtà, è indice di quanto gli esseri umani sappiano usare gli articolati e macchinosi  mezzi del cervello solo per fare cazzate.

Genova e la musica live: no, non é una battuta (reprise)

Dove ero rimasta? Si, giusto, Genova città d’arte e di musica. Mi sono trovata nella condizione di riprendere il mio precedente articolo sulla musica dal vivo nella mia città; non farò un passo indietro su quello che ho scritto precedentemente perché ci credo, ma era uno sfogo, non un’ analisi critica e obiettiva della condizione musicale genovese. Non voglio fare un passo indietro per una questione di principio, sarò testarda, sciocca, impulsiva, ma io preferisco definirmi onesta; la supremazia di una o due “direzioni artistiche” che vanno avanti di favori e scambi, è una cosa disonesta e per niente professionale, soprattutto se dipinta come volontariato o battaglia per il bene comune. Certamente esistono molti altri problemi a Genova, non solo per quanto riguarda la musica, problemi legati ad una cultura rude e agli spazi angusti; ci voglio provare a parlarne, forse non affrontando proprio tutti gli argomenti, ma sicuramente quelli che ritengo più importanti.

In tutto il mondo il nostro centro storico è conosciuto per il suo meraviglioso labirinto di vicoli medievali, per l’ atmosfera surreale, esoterica e frivola di una città che ha dovuto combattere per mantenere la propria indipendenza, che si è vista attaccare dal mare così tante volte che nel nostro inconscio, anche il turista è un nemico; una città che vedeva arrivare marinai, commercianti da ogni parte del mondo, ma che non si è mai fatta abusare, che è rimasta schiva a guardare. L’imprenditore genovese è così, non si fa distogliere dal suo piano di guadagnare tantissimo senza spendere nulla, si lamenta, cerca soluzioni che piacciono a lui ma non alla clientela e comunque, è colpa della clientela. I locali che fanno musica dal vivo a Genova, non sono locali che fanno musica dal vivo, sono bar che ogni tanto permettono a qualche musicista di dare fastidio nel proprio esercizio. Quasi nessuno di questi luoghi è attrezzato per un concerto, non c’è impianto audio, lo spazio è estremamente ristretto e il titolare ti odia perché gli stai rompendo le palle; sono davvero pochi purtroppo i posti dove chi ti assume ama la musica, che aprono per fare musica! Sono anche davvero pochi i locali che possano ospitare pubblico e bands al loro interno in maniera confortevole e funzionale .

Arriviamo quindi ad affrontare uno dei problemi più grandi: il musicista è un problema o un volantino pubblicitario, non un professionista. Faccio un esempio: quando il proprietario di un bar, pub, quello che volete, assume lo chef, decide di dargli uno stipendio; questo stipendio rimarrà tale anche se il locale sarà vuoto. Lo chef troverà almeno i fornelli e le pentole nella cucina, e non sarà di certo lui a dover andare a fare pubblicità alla sua cucina sui social o in giro per la città con volantini a spese sue; per il musicista questa regola non vale, perché secondo il  titolare, lui si sta facendo pubblicità, quindi tutto è a spese sue, il noleggio dell’impianto, la promozione dell’evento, a volte anche la cena, e troppo spesso non esiste retribuzione, al massimo si riesce ad ottenere un misero rimborso spese, con il quale lo chef come il musicista, di sicuro non mangia o paga l’affitto.

Un altro problema è la competenza dei titolari in fatto di musica e musica live; quasi nessuno ne sa niente a livello tecnico, cosa serve, cosa no, e spesso la scelta della band è definita dal compenso e non dalla qualità o al genere di clientela che frequenta il locale: se faccio suonare un gruppo metal in un lounge pub perché viene gratis, è probabile che il titolare ci perda comunque, e la band si farà una brutta nomea anche se magari, nel proprio genere, non è affatto male. La mancanza di rispetto e di professionalità di alcuni proprietari nei confronti della musica è davvero un grosso ostacolo per tutta la scena musicale live, rovina reputazioni e fa si che si perda un altro posto dove poter suonare.
Parliamoci chiaro, questi sono anni particolarmente bui per la musica dal vivo, i locali sono in crisi, le regolamentazioni per far suonare qualcuno sono una preoccupazione in piú, oltre che un costo rilevante, e sinceramente, mettendomi nei panni di un proprietario, anche io avrei qualche riserva, perché non sono solo i locali ad avere un problema, anche le persone che vanno nei locali ce l’hanno. Il cambio generazionale,ahimé, si sente eccome in questo: l’unico modo che avevamo noi da ragazzi per sentire musica originale era il cd o il palco dal vivo, adesso si può avere tutto questo in TV, compreso il lato privato della band o del cantante, fidanzate, ormoni e carattere di merda; tutto è scaricabile, tutto è diventato un reality. Già in un altro post, L’X-Factor: perché per me è un no, ho spiegato perché non ho tentato la strada del talent, adesso la musica è un fake, è plastica, è macchina, e business, è marketing, è un progetto che fanno su di te al quale tu non appartieni. Purtroppo ho visto poca creatività in giro in questi ultimi anni e di sicuro è pochissima quella vista a Genova. Ci sono poche bands e quelle che ci sono sono mediocri, già sentite, oppure non trovano lo spazio per suonare le proprie canzoni nel caso fossero innovative, sperimentali o semplicemente forti; basta guardare la moda per capire l’attitudine al nuovo dei giovani, oggi i ragazzini si vestono esattamente come me negli anni ’90, non hanno neppure voglia di trovarsi una moda propria!
Dall’ altra parte, quelli come me, nati negli anni ’80 e prima, che hanno una cultura diversa sulla musica, che la sentono viva, da toccare con mano, con la quale passarebbero giornate, notti, quella da calli sulle mani per colpa delle corde o il mal di gola per le ore passate a cantare; noi vogliamo ancora andare a sentire la musica dal vivo, e non solo quella da grandi palchi, soprattutto quella che puoi commentare nell’ aftershow con i membri del gruppo, con gli amici e la birra in mano. Noi reduci siamo rimasti l’unico pubblico per i live, tanti malauguratamente continuano a seguire le stesse band di 30 anni fa, che suonano cover, alcuni cercano disperatamente delle novità, cose originali.
I locali che si azzardano ancora a fare musica dal vivo prediligono cover band, perché la musica fa da sottofondo, non è difficile e la si conosce già; fa guadagnare e i gruppi viaggiano sul successo della band di cui suonano le canzoni, è musica che non bisogna per forza ascoltare, capire, ed è quella a cui i ragazzi sono abituati oggi. Anche questa scelta potrebbe essere condivisibile mettendosi nei panni di un titolare, per un musicista che scrive e suona cose proprie, è una tragedia; ed ecco il cane che si morde la coda, per farsi sentire bisogna tentare la sorte in talent show o concorsi, che nella maggior parte dei casi sono pilotati o comunque, inutili e alienanti.

Cari sostenitori della musica dal vivo, cari musicisti, il mio consiglio è quello di non mollare e di fare rete, in modo che l’ inestimabile valore della condivisione artistica continui ad essere una colonna per la nostra città, così indifferente e inerme davanti alla sua agonia. Non portate avanti il modello di sfida che i talent show impongono, l’arte è un bene comune, nessuno vince una medaglia alla fine di un concerto, e nemmeno un contratto discografico al posto di un altro, è il progetto che rende vincenti, il saper osservare e ascoltare anche gli altri, aprirsi alle influenze di altri musicisti che renderanno la propria musica ancora migliore e completa. Ci sono anche locali che hanno questa filosofia e resistono, che credono nel valore delle parole e dei suoni dell’anima, e dobbiamo far si che restino un punto di riferimento.

Forse ho trascurato o dimenticato qualche argomento, a voi i commenti e le considerazioni, quello che vorrei è partecipazione, unione, solidarietà e condivisione, passione, rispetto, emozione. Questo è quello che chiedo alla musica e che chiedo alla mia città.