Genova e la Musica Live: Naim’s Open Mic at Liggia Pub

Ho già scritto della capacità della nostra Genova e dei genovesi di lamentarsi senza muovere un dito per cambiare niente. Ne ho parlato discutendo alcune dinamiche che riguardano la musica dal vivo in città e più in generale, come viene gestita l’arte. Non voglio aggiungere che quello che avevo previsto di alcune realtà, si è avverato (ops l’ho aggiunto), ma meno musica dal vivo abbiamo in città, meno bene stiamo tutti.

Siccome inaspettatamente, e forse anche immeritatamente, ho raggiunto una certa credibilità e ho anche un certo seguito col mio blog, ho deciso per la prima volta di parlare di una nuova realtà a viso aperto, facendo anche un po’ di pubblicità (gratuita). Non credevo fosse giusto all’inizio espormi troppo, ma poi ho pensato, ma che cacchio scrivo a fare se non posso dire quello che penso o esprimere un mio gradimento? Indi per cui lo farò, uno perché il gestore del locale in questione è un mio caro amico e pure un gran figo (si,lo dichiaro apertamente), due perché l’iniziativa che ha intrapreso, oltre ad essere rischiosa, è molto impegnativa e lodevole, e gliene voglio dare merito. Insomma, quello che sta facendo insieme a Naim Abid, è un’innovazione per questa città e io non avrei creduto al successo della cosa, se non fosse che ho partecipato sia come musicista che come spettatrice ai loro eventi sin dall’inizio.

Sto parlando del Naim’s Open Mic at Liggia Pub

Ma che cos’è? L’Open Mic in America è molto diffuso, ed è lì che Naim ha trovato l’ispirazione e il coraggio di buttarsi in questo progetto alquanto ambizioso, durante un suo tour negli Stati Uniti e Canada. Consiste in un palco, dove a rotazione si possono esibire artisti di ogni disciplina, i quali hanno a disposizione il tempo di due performaces. Non ci sono limiti di genere o di capacità, chiunque può prenotarsi ed esprimere la propria arte.

Quando Naim me ne ha parlato mi è venuto un po’ da ridere; a parte la serata scelta per la manifestazione, la domenica a cena (che già, il lunedì si lavora e si va a dormire presto il giorno prima) il mio grande dubbio era, ma chi andrà ad esibirsi? Di domenica? Ma chi si muove? Ai Liggia? E chi andrà a vedere? Di domenica sera? Ai Liggia? Magari musica originale o progetti particolari? Incredibile ma vero, mi sono dovuta ricredere.

Devo dare merito a quel gran pezzo di sognatore di Naim, sempre entusiasta e sempre pronto a rischiare la faccia per la musica e l’arte, e devo battergli le mani non solo per aver avuto il coraggio di realizzare quest’idea, ma anche per come l’ha messa in pratica: con umiltà (che tanto manca alla musica genovese), organizzazione, piglio e successo. Oltretutto ha anche un certo savoir faire come presentatore, insieme ad una conosciutissima faccia da culo.

Non mi sono fidata del successo della prima serata, qui a Genova c’è sempre l’entusiasmo della prima e poi basta, e ho aspettato a dire che l’operazione fosse riuscita. Bene signori, il progetto è partito ad ottobre, e dopo due mesi posso dire senza dubbi che l’iniziativa ha preso piede, e che racconta di una Genova nascosta, che vuole emergere, che vuole ridere, suonare, ballare, e condividere il proprio amore per l’arte e la musica con gli altri; Genova c’è e risponde.

naim's open micLa cosa più bella è l’aria che si respira: locale pieno, tanti artisti e tanto pubblico. Si rivedono amici con cui si suonava al liceo, e si conoscono ragazzi, giovani, pieni di talento e con tante idee e voglia di ampliare i propri orizzonti. Io sono stata lì a suonare con due dei miei gruppi, ci siamo divertiti e siamo stati “vittime” di una delle altre meravigliose idee di Naim, le collaborazioni “coatte”: gli artisti scrivono il loro nome su un bigliettino, poi vengono estratti due alla volta e le coppie inedite che si formeranno, potranno esibirsi in una collaborazione. Le serate successive, alle quali ho presenziato per il piacere di esserci, ho assistito a spettacolari performances “coatte” di artisti che si sono messi a fare cose lontanissime dal proprio stile divertendosi e facendoci divertire un sacco, tirando fuori pezzi inediti o sounds inediti davvero interessanti.

Musicisti che state leggendo, lo so che state pensando “e certo, che idea, vai a suonare lì, gratis, gli riempi il locale e ti paghi pure da bere”. Certo, è un’operazione di marketing riuscitissima, perché ogni tanto anche noi strimpellatori dovremmo ricordarci che i gestori dei locali lavorano e mangiano con quello che guadagnano, e trascurare questo lato spesso ha portato alla chiusura di locali o all’interruzione totale degli spettacoli dal vivo, quindi non posso che appoggiare questa soluzione che da comunque vita e nuova linfa ad una città un po’ spenta e depressa, mortificata dalla mancanza di luoghi dove aggregarsi e scambiarsi idee. All’Open Mic non si va per lavorare, si va per condividere, è come quando degli amici ti fanno l’improvvisata in sala prove e si suona tutti insieme per ore.

Direi senza dubbio che la forza di queste serate è lo spirito con cui si partecipa, sia come pubblico che come artista. Io parlo per me, ritrovarmi in un locale la domenica sera e vederlo pieno, già mi ha lasciato a bocca aperta. E’ un posto dove posso portare anche i miei figli di 11 e 12 anni, e abituarli a vivere la musica come un’esperienza positiva e importante; abbiamo fatto più di una volta tavolate under 14, noi mamme ci divertiamo e i ragazzi si incuriosiscono. Ho avuto il piacere di ascoltare nuovi musicisti, nuova musica, di vedere con i miei occhi tante nuove realtà e la voglia di uscire fuori; ho ritrovato amici che sono da anni sulla scena e che vengono a condividere con noi, solo per il piacere di farlo, la propria esperienza, alcuni li conosco solo di fama e nonostante questo, ci siamo ritrovati a chiacchierare di musica davanti ad una birra, come semplici persone che condividono una passione. Si va per ridere e godere delle bellezze e della poesia del teatro, di una voce sinuosa, di un’emozionante canzone, del coraggio di chi non ha mai suonato su un palco vero e ci vuole provare, di chi sa di non essere bravissimo o superfigo, ma ama la musica e vuole farsi sentire comunque, di chi non sa che è stonato, ma non glielo diciamo perché ci piace così. Si trova di tutto insomma, dal navigato 60enne che però ancora ha il fascino da rocker maledetto, al 17enne che suona col papà, o al 20enne che scrive pezzi suoi e non sa dove farli sentire. Non ultimo, nessuna competizione, ci si sente tutti sullo stesso piano, anche nei confronti di alcuni mostri sacri della scena genovese che partecipano per amore dell’arte e per donare un po’ della loro esperienza ai ragazzi che sono nuovi sul palco, grazie anche alle mega jam sessions che vanno avanti fino alle 3 del mattino, dopo che si sono esibiti tutti i partecipanti. Perché la parola d’ordine dell’Open Mic è CONDIVIDERE, FARE RETE.

Unico rischio? Avere, col tempo, sempre gli stessi artisti ad esibirsi e creare una nuova “cricca”, perdendo quella magia della novità e della genuinità del progetto, eventualità che spero Naim, grazie alla suddetta faccia da culo, riesca ad aggirare il più a lungo possibile.

Per scongiurare il rischio “nuovo ghetto” e se vi ho incuriosito, potrete partecipare al Naim’s Open Mic una domenica si e una no; la prossima serata sarà il 20 dicembre, e visto il successo, i live show andranno avanti per tutta la stagione invernale, ovviamente al Liggia Pub and Music House, dalle ore 19 (fanno degli hamburger che sono la fine del mondo!). Nel frattempo se volete, potete godervi qualche video QUI .

Ancora un in bocca al lupo a  Michele De Bianchi, gestore del locale, quello figo, e a Naim per l’entusiasmo e il coraggio che hanno avuto, vi auguro un successo lungo e saldo.

Genova e la musica live: no, non é una battuta (reprise)

Dove ero rimasta? Si, giusto, Genova città d’arte e di musica. Mi sono trovata nella condizione di riprendere il mio precedente articolo sulla musica dal vivo nella mia città; non farò un passo indietro su quello che ho scritto precedentemente perché ci credo, ma era uno sfogo, non un’ analisi critica e obiettiva della condizione musicale genovese. Non voglio fare un passo indietro per una questione di principio, sarò testarda, sciocca, impulsiva, ma io preferisco definirmi onesta; la supremazia di una o due “direzioni artistiche” che vanno avanti di favori e scambi, è una cosa disonesta e per niente professionale, soprattutto se dipinta come volontariato o battaglia per il bene comune. Certamente esistono molti altri problemi a Genova, non solo per quanto riguarda la musica, problemi legati ad una cultura rude e agli spazi angusti; ci voglio provare a parlarne, forse non affrontando proprio tutti gli argomenti, ma sicuramente quelli che ritengo più importanti.

In tutto il mondo il nostro centro storico è conosciuto per il suo meraviglioso labirinto di vicoli medievali, per l’ atmosfera surreale, esoterica e frivola di una città che ha dovuto combattere per mantenere la propria indipendenza, che si è vista attaccare dal mare così tante volte che nel nostro inconscio, anche il turista è un nemico; una città che vedeva arrivare marinai, commercianti da ogni parte del mondo, ma che non si è mai fatta abusare, che è rimasta schiva a guardare. L’imprenditore genovese è così, non si fa distogliere dal suo piano di guadagnare tantissimo senza spendere nulla, si lamenta, cerca soluzioni che piacciono a lui ma non alla clientela e comunque, è colpa della clientela. I locali che fanno musica dal vivo a Genova, non sono locali che fanno musica dal vivo, sono bar che ogni tanto permettono a qualche musicista di dare fastidio nel proprio esercizio. Quasi nessuno di questi luoghi è attrezzato per un concerto, non c’è impianto audio, lo spazio è estremamente ristretto e il titolare ti odia perché gli stai rompendo le palle; sono davvero pochi purtroppo i posti dove chi ti assume ama la musica, che aprono per fare musica! Sono anche davvero pochi i locali che possano ospitare pubblico e bands al loro interno in maniera confortevole e funzionale .

Arriviamo quindi ad affrontare uno dei problemi più grandi: il musicista è un problema o un volantino pubblicitario, non un professionista. Faccio un esempio: quando il proprietario di un bar, pub, quello che volete, assume lo chef, decide di dargli uno stipendio; questo stipendio rimarrà tale anche se il locale sarà vuoto. Lo chef troverà almeno i fornelli e le pentole nella cucina, e non sarà di certo lui a dover andare a fare pubblicità alla sua cucina sui social o in giro per la città con volantini a spese sue; per il musicista questa regola non vale, perché secondo il  titolare, lui si sta facendo pubblicità, quindi tutto è a spese sue, il noleggio dell’impianto, la promozione dell’evento, a volte anche la cena, e troppo spesso non esiste retribuzione, al massimo si riesce ad ottenere un misero rimborso spese, con il quale lo chef come il musicista, di sicuro non mangia o paga l’affitto.

Un altro problema è la competenza dei titolari in fatto di musica e musica live; quasi nessuno ne sa niente a livello tecnico, cosa serve, cosa no, e spesso la scelta della band è definita dal compenso e non dalla qualità o al genere di clientela che frequenta il locale: se faccio suonare un gruppo metal in un lounge pub perché viene gratis, è probabile che il titolare ci perda comunque, e la band si farà una brutta nomea anche se magari, nel proprio genere, non è affatto male. La mancanza di rispetto e di professionalità di alcuni proprietari nei confronti della musica è davvero un grosso ostacolo per tutta la scena musicale live, rovina reputazioni e fa si che si perda un altro posto dove poter suonare.
Parliamoci chiaro, questi sono anni particolarmente bui per la musica dal vivo, i locali sono in crisi, le regolamentazioni per far suonare qualcuno sono una preoccupazione in piú, oltre che un costo rilevante, e sinceramente, mettendomi nei panni di un proprietario, anche io avrei qualche riserva, perché non sono solo i locali ad avere un problema, anche le persone che vanno nei locali ce l’hanno. Il cambio generazionale,ahimé, si sente eccome in questo: l’unico modo che avevamo noi da ragazzi per sentire musica originale era il cd o il palco dal vivo, adesso si può avere tutto questo in TV, compreso il lato privato della band o del cantante, fidanzate, ormoni e carattere di merda; tutto è scaricabile, tutto è diventato un reality. Già in un altro post, L’X-Factor: perché per me è un no, ho spiegato perché non ho tentato la strada del talent, adesso la musica è un fake, è plastica, è macchina, e business, è marketing, è un progetto che fanno su di te al quale tu non appartieni. Purtroppo ho visto poca creatività in giro in questi ultimi anni e di sicuro è pochissima quella vista a Genova. Ci sono poche bands e quelle che ci sono sono mediocri, già sentite, oppure non trovano lo spazio per suonare le proprie canzoni nel caso fossero innovative, sperimentali o semplicemente forti; basta guardare la moda per capire l’attitudine al nuovo dei giovani, oggi i ragazzini si vestono esattamente come me negli anni ’90, non hanno neppure voglia di trovarsi una moda propria!
Dall’ altra parte, quelli come me, nati negli anni ’80 e prima, che hanno una cultura diversa sulla musica, che la sentono viva, da toccare con mano, con la quale passarebbero giornate, notti, quella da calli sulle mani per colpa delle corde o il mal di gola per le ore passate a cantare; noi vogliamo ancora andare a sentire la musica dal vivo, e non solo quella da grandi palchi, soprattutto quella che puoi commentare nell’ aftershow con i membri del gruppo, con gli amici e la birra in mano. Noi reduci siamo rimasti l’unico pubblico per i live, tanti malauguratamente continuano a seguire le stesse band di 30 anni fa, che suonano cover, alcuni cercano disperatamente delle novità, cose originali.
I locali che si azzardano ancora a fare musica dal vivo prediligono cover band, perché la musica fa da sottofondo, non è difficile e la si conosce già; fa guadagnare e i gruppi viaggiano sul successo della band di cui suonano le canzoni, è musica che non bisogna per forza ascoltare, capire, ed è quella a cui i ragazzi sono abituati oggi. Anche questa scelta potrebbe essere condivisibile mettendosi nei panni di un titolare, per un musicista che scrive e suona cose proprie, è una tragedia; ed ecco il cane che si morde la coda, per farsi sentire bisogna tentare la sorte in talent show o concorsi, che nella maggior parte dei casi sono pilotati o comunque, inutili e alienanti.

Cari sostenitori della musica dal vivo, cari musicisti, il mio consiglio è quello di non mollare e di fare rete, in modo che l’ inestimabile valore della condivisione artistica continui ad essere una colonna per la nostra città, così indifferente e inerme davanti alla sua agonia. Non portate avanti il modello di sfida che i talent show impongono, l’arte è un bene comune, nessuno vince una medaglia alla fine di un concerto, e nemmeno un contratto discografico al posto di un altro, è il progetto che rende vincenti, il saper osservare e ascoltare anche gli altri, aprirsi alle influenze di altri musicisti che renderanno la propria musica ancora migliore e completa. Ci sono anche locali che hanno questa filosofia e resistono, che credono nel valore delle parole e dei suoni dell’anima, e dobbiamo far si che restino un punto di riferimento.

Forse ho trascurato o dimenticato qualche argomento, a voi i commenti e le considerazioni, quello che vorrei è partecipazione, unione, solidarietà e condivisione, passione, rispetto, emozione. Questo è quello che chiedo alla musica e che chiedo alla mia città.

L’ X-Factor: perché per me è un no

L’ X-Factor : perché per me è un no

Ogni anno inizia per me, con la scuola, il periodo del perché non vai ad X-Factor. Ebbene si, nel mio piccolo quartiere ho una certa notorietà come cantante, in molti mi hanno ascoltato e apprezzato, tantissimi non hanno la minima idea del fatto che io canti, spesso nemmeno del fatto che io sia una persona vera con casa e famiglia, oltre che la ragazza del forno.

Un altro dei miei vezzi è organizzare eventi per il quartiere, questo mi ha anche permesso di esibirmi in qualche piccolo live, a volte serio, a volte improvvisato, e quindi di riscuotere quel discreto successo all’uscita da scuola, al parco, o a lavoro con i clienti; ovviamente la mia “carriera” musicale non termina qui, da oltre 15 anni canto in locali e feste con la mia band e col mio compagno, che in queste occasioni diventa il mio chitarrista preferito.

Potrete quindi immaginare la coesione di un intero quartiere che mi ha visto nascere, nel sostenermi nella mia corsa alla fama, nella quale investirebbero anche 10 o addirittura 20 euro di televoto per poter dire che la loro commessa o vicina di casa è ad X-Factor! Non nasconderò che a tratti la cosa mi inorgoglisce, a tratti mi innervosisce, ma più spesso, mi sono un po’ scocciata di dover dare spiegazioni a persone che non mi filano di striscio per tutto il resto dell’anno, sul perché io abbia deciso di non partecipare ad un talent show o non faccia della mia passione un mestiere. Ci proverò adesso, tenete buona la spiegazione per i prossimi anni.

Una delle cose che mi fanno partire la risatina cinica, a volte satanica, guardando i talent, è la tipica affermazione “voglio emozionare la gente” oppure “canto col cuore”. Allora, prima di tutto canti con la bocca, qualcuno grazie al cielo col diaframma, ma non col cuore. Io ho un’ altra visione della musica, che certo mi farà apparire meno figa alle ragazzine innamorate o alle deluse e sole donne mature, ma non si può avere tutto dalla vita.

Io canto perché MI fa stare bene.

Per me la musica è una dimesione personale, egoistica, che deve far stare bene prima di tutto me, mi deve alleggerire ma anche riempirmi, straziarmi e addormentarmi, deve farmi ridere, sudare, piangere, deve farmi pensare, riflettere, incazzare, innamorare, mi deve far ballare e rimanere incantata, ferma, davanti alla forza della creatività, dell’empatia, deve saper entrare ed uscire, deve restare per sempre. Deve arrivare quando la voglio e andarsene quando sono stanca, stufa, troppo satura anche per lei, ma deve sempre essere pronta al mio fianco a farmi gridare quando ne ho bisogno. Quando canto io penso alle mie emozioni, a cosa sto dicendo,a come lo sto dicendo e perché. Non penso di sicuro al fatto che tu, davanti a me, stai piangendo dalla commozione o stai pensando ad altro. In sostanza, uno dei motivi per cui non vado ad X-Factor è che ho fatto una scelta: vivere la musica come voglio.

Le mie fans numero uno ovviamente sono le mie amiche, anche loro spesso impegnate nel tentativo di convincermi, ma credo più per affetto e perché credono in me davvero, che per ostentare una possibile amicizia VIP . Loro sanno benissimo che un altro motivo per cui non partecipo ai talent show è proprio la mia famiglia.

Potrebbe sembrare strano, ma non ho mai avuto l’ossessione per la fama, altresì ho avuto un figlio a 20 anni, che mi ha subito rimesso i piedi per terra schiaffeggiandomi fortissimo, ed eliminando ogni piccola fiammella di competitività e ambizione dai pensieri per molti anni. Solo ultimamente, essendo i miei ragazzi cresciuti ed estenuanti, ho ritrovato forte il bisogno di dedicarmi a qualcosa di gratificante, d’impegnativo, qualcosa che mi faccia evitare di strangolarli la sera. Non sarà di certo X-Factor il mio nuovo sollazzo, anche solo fare i provini mi terrebbe lontano da casa e, anche se sono sicura tutti se la caverebbero benissimo (forse), sono io che non me la sento. La mia famiglia mi ha tolto tante cose: tempo, autostima, come dicevo prima, ambizione e gratificazione, sicurezza, sonno, ma mi ha dato 100 volte di più, mi ha dato un senso. Per 10 volte che mi sembra di non farcela, ne ho sempre una che mi fa sentire invincibile; per mille lacrime, ho bisogno di un solo sorriso dei miei figli. Questa è un’ altra scelta che ho fatto, non andare via, restare.

Non esistono solo ragioni pseudo-filosofiche o affettive per giustificare la mia non partecipazione ai talent show, nessuno si interroga mai su cosa bisogna fare per accedere ai provini per questi show. Ve lo dico io, nei casi che ho sperimentato, solo per inviare il proprio materiale in visione ed iscriversi, bisogna firmare un mini-contratto che ti rende “proprietà” dell’agenzia che gestisce i casting, sia tu persona che il tuo materiale; inutile dire che il famoso “inedito” che si propone, immediatamente non sia più tuo, e che se qualcuno ti filmasse mentre canti durante il periodo dei provini e ti pubblicasse su un social network, si rischierebbe la penale o una causa. Terza scelta quindi, non svendo quello che scrivo e quello che faccio, proprio perché come ho cercato di spiegare, per me la musica è libertà ed è cosa mia, che gestisco io.

C’è un solo motivo per cui la tentazione di provarci è comunque presente dentro di me: il mio folle amore per Elio, lo amo sin da bambina, per me è un profeta, un maestro, sarei andata al provino solo per conoscere lui, e forse, solo un pochino, per dimostrare a me stessa che ce l’avrei potuta fare davvero.

Stasera è una X-Factor night, mi aspetto già che domani qualcuno mi dica che canto meglio io dei concorrenti, oppure mi chiederà “perché non sei andata?”. Saprò però che queste persone non hanno letto il mio blog e mi saranno ancora più indigeste.

Per concludere, canto bene, non sono così brava come dicono, ma sembra così grande il mio talento, perché è MIO.