Vacanza cosa? Chi? Davvero?

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Vacanza, questa parola mi ricorda qualcosa.

Ricordo nei tempi passati quando la parola “vacanza” aveva ancora un significato mistico, rappresentava un faro nel buio, la luce in fondo al tunnel, la gioia, la serenità.

Adesso la stessa parola ha un che di infernale, ricorda solamente una trappola, un incubo, l’inizio vero della fatica.

E’ finita la scuola. Fino a 14 anni fa, la fine della scuola era il momento che attendevo da settembre, che agognavo con la bava alla bocca come un krapfen caldo la mattina, di quelli con dentro anche la nutella. Passavo la primavera a pensare a tutti i meravigliosi modi per rendere il cazzeggio un’opera divina, per fare del nulla il mio totem, per dedicare tutta me stessa a me stessa e al vuoto cerebrale. Ebbene, 14 anni fa, ho vissuto la mia ultima “vacanza” che si possa definire tale, quella del diploma, quella che mi ha fatto sentire libera dalla scuola, dalla schiavitù della maturità (che turba ancora i miei sonni). Solo l’anno dopo avevo una panza enorme, da portare in giro con 40 gradi e un’umidità degna di una grotta, delle gambe zavorrate senza caviglie, voglia di fare pipì ogni 3 secondi e soprattutto, bisogno di una gru per gli spostamenti anche più semplici.

Ed ecco che andare in vacanza è diventato improponibile per me. Prima di tutto, zero soldi. Tutto il ricavato annuale del lavoro ha cominciato ad essere devoluto a pannolini, creme, cremine, pappette, ombrelloni, sdraiette, costumini, e chi più ne ha più ne metta. Fortunatamente vivo a due passi dal mare e almeno quello ce lo siamo potuto permettere, ma con decisi danni a livello psicologico e della personalità.

L’anno prima a fare tuffi dal molo, sotto il sole dalle 10 alle 20, fine giornata con birretta e patatine e magari anche bagno serale. Bagaglio: zaino, chiavi di casa, 10 euro e asciugamano. L’anno dopo alzarsi all’alba per preparare il pranzo tuo e del bambino, in modo da essere in spiaggia per le 8 e rientrare alle 11, per poi magari tornare dopo le 17 fino alle 19. Bagaglio: borsa frigo con pappette, biberon, scalda biberon, ciucci, giochini, 48 creme solari, 25 pannolini, salviette, cambi su cambi, 25 litri di acqua, cappellini, ombrellone, sdraietta, piscinetta e sicuramente ometto qualcosa. Per riuscire a portare tutto in spiaggia ti ci vuole un fisico, perché calcolare le proporzioni tra la forza di un essere umano e il peso che possa portare non è roba da tutti; comunque sfidavo anche le leggi della fisica, riuscendo a far stare tutto tra il mio dorso e il passeggino. Una volta arrivata a fatica e già provatissima in spiaggia, dovevo montare il campo, operazione per il quale erano necessari almeno 45 minuti. Una volta finito faceva già troppo caldo per il bambino ed era quasi ora di telare. Per altro, il bambino dormiva sempre e comunque in spiaggia, perciò ancora oggi mi domando quale malattia mentale mi spingesse a tutto quel lavoro.

Questo solo la prima estate dopo la nascita di Nicolò, perchè poi 15 mesi dopo è arrivata Aurora, per cui avevo bisogno di una casa mobile per poter andare a fare un bagno al mare.

Per tanti anni non siamo riusciti a muoverci da Genova, tranne in quei 4/5 giorni in cui raggiungevo i miei nonni in campagna, dove vivevo l’incubo costante delle vipere e delle api. Mio figlio, che è sempre stato insostenibilmente vivace, ha sempre avuto la tendenza a scovare il pericolo in ogni situazione, persino se lo avessi rinchiuso in una stanza di gomma sarebbe riuscito a farsi male.

Un giorno però, è giunta la separazione da mio marito. Non giudicatemi, lo so che sono cinica e dissacrante, ma è stata una benedizione per la mia bramosia di vacanza. Tolta la zavorra marito, ho ritrovato la gioia di qualche week end estivo libero, dei bagni notturni, degli aperitivi, e pure un fidanzato, che adesso è il mio nuovo compagno. Con lui sono addiruttura riuscita a fare qualche viaggio da sola, nelle due settimane estive che i miei figli passavano col padre.

Ma anche quello è diventato un ricordo. Siccome i ragazzi sono grandi, mi sento in colpa a partire senza di loro, quindi addio vacanza in solitaria.

spiaggia-di-Priaruggia

Fatto sta che i tre mesi estivi sono un incubo anche adesso che sono cresciuti. Prima di tutto, bisogna “sistemarli” in modo che non stiano da soli e che non si annoino troppo. Non ho nonni a disposizione da sfruttare, quindi ho optato per il salasso dei centri estivi, che inghiottono ogni risparmio dell’anno. Poi ci sono i compiti, le lotte e i pianti per fare due pagine di merda su un libretto che si potrebbe finire in 3 giorni e che invece ci portiamo fino al giorno prima del rientro a scuola. Ma non solo, c’è l’incubo del “che cacchio vi do da mangiare”, ognuno vorrebbe una cosa diversa e ovviamente mai quello che preparo io. Adesso siamo nella fase hot dog/hamburger/pasta al sugo. Ditemi voi se si può andare avanti un’estate così. Poi il centro estivo ad un certo punto finisce, di solito in concomitanza con i soldi, e da lì in poi è il panico. Esci da lavorare e manco il tempo di mettere piede in casa, devi già avere il costume addosso e la roba pronta per andare al mare, insieme al pranzo, perché appena entri i ragazzi si attaccano alle caviglie urlando “ho fameeee, ho fameeee”. Letti da fare, giochi, libri e cartacce sparse ovunque. Cominciano i litigi tra fratelli, che non sono più abituati a stare insieme per più di tre ore, sembrano cervi che si scornano per diventare gli alfa del territorio. L’anarchia.

Quest’anno siamo anche orfani del centro estivo, mio figlio quasi 13enne è in balia degli ormoni e devo sempre stare in giro a fargli degli agguati per evitare che combini casini o che si infratti con qualche ragazzina. Quando va in spiaggia da solo mi apposto stile condor sulla ringhiera che sovrasta la baia e lo osservo lanciare palloni sulle persone che sono beatamente sdraiate al sole, schizzando sabbia e acqua impunemente, tra le urla delle anziane signore che non aspettano altro che la rissa e vogliono sul piatto la testa di almeno un ragazzino al giorno. Sono pessima, ma ho detto a Nicolò di non dire a nessuno che sono sua madre, anche se poi, mi tocca scendere e fare la rompipalle davanti a tutti mazziandolo con i soliti tormentoni estivi: qui non si può usare la palla, stai attento a non schizzare, non dire le parolacce, vedi di tornare a casa in orario ecc…

Anche quando comincio le ferie, quando ho quello snaturato pensiero di potermi riposare un po’, mi trovo a dover organizzare la giornata al minuto per riuscire a fare tutte le cose che dovrei in casa e per riuscire a seguire i figli nelle loro attività, già autonomamente organizzate senza mai chiedere un permesso o parlarne prima.

Magari, come l’anno scorso riusciamo a partire, sapete bene cosa vuol dire. Duemila valigie e, siccome un briciolo di amore per me stessa mi è rimasto e opto per villaggi turistici o campeggi con animazione, anche tutta la biancheria da letto, bagno, la spesa per almeno due giorni, videogiochi, telefoni, pc.

Arrivo a settembre sempre con un gigante bisogno di vacanza dalle vacanze. Ma alla fine, i giorni che passo con i miei ragazzi lontani dalla scuola, dalla routine, dagli orari, li adoro lo stesso.

L’ultima nostra vacanza, una splendida settimana in Maremma, mi balza in mente ogni volta che sento questa canzone, compagna di viaggio sulla statale verso Orbetello, eseguita magistralmente dai miei figli con l’aria di mare nei capelli! Major Lazer & DJ Snake – Lean On

Questo post partecipa al tema del mese delle StorMoms #diversamentevacanze, visitate la pagina FB Stormoms

 

 

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