Le due megere – Storia di un borgo marinaro

Le due megere
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Genova, Priaruggia.

              Passavo ogni giorno davanti a quel muretto, dopo aver comprato il pane e fatto due chiacchiere al bar davanti alla focaccia con le cipolle e il bianco.

A Priaruggia ogni giornata filava uguale all’altra, ogni anno per tutto l’anno, sembrava niente succedesse mai. Prima la colazione, poi la spesa. Il pranzo, il circolo e la partita a carte, poi il ritorno a casa da una moglie annoiata e con tanta voglia di parlare.

Era ormai un luogo di ritrovo quel muretto, sia in inverno, quando la tramontana tagliava la faccia, sia d’estate, quando il sole faceva salire l’odore della pipì dei cani e dell’asfalto bollente, tramortendo con la sua potenza anche il cervello più attivo.

Sedute lì, trovavo sempre tre o quattro signore, vestite e truccate di tutto punto, più vicine ai 90 anni che agli 80, ma ancora decise a spettegolare e incontrarsi, solo la pioggia le fermava.

Incredibile come all’una di agosto, con le loro giacche, le loro bluse di marca, riuscissero a non svenire o a non cadere rovinosamente nelle svariate buche del marciapiede; in effetti sembrava lo facessero quasi di proposito, cercando attenzioni, cercando volutamente un malore per essere compatite e curate con un po’ d’ amore.

Si sentivano sole tutte e quattro e tutte e quattro non smettevano mai di parlare male una dell’altra alternandosi in coppie; eppure ogni giorno stavano lì, ad affrontare le intemperie solo per poter dire che “la Maria ha detto che la tua casa è sporca” o “la Re pensa che tuo figlio sia brutto”, salvo poi, in faccia, complimentarsi una con l’altra con leccate di culo incredibilmente e magistralmente false.

 Non davo quasi mai ascolto ai discorsi tipici di anziane inacidite dalla vita e dalla percezione di essere vicine alla fine, che credevano di essere state abbandonate dalla propria famiglia, spesso avendo ragione, o alle loro faide interne, ma una mattina, non avevo potuto fare a meno di fermarmi sulla porta del panificio e origliare, facendo finta di cercare il portafoglio.

Qualcosa di strano stava succedendo, la discussione si era fatta calda e le voci avevano toni impossibili da ignorare, anche a Quinto avranno sentito.

Maria si era trasferita a Priaruggia da giovane. Era bellissima e aveva sposato un uomo benestante, veniva dal sud, credo dalla Sicilia. Rispettata da tutti, aveva un figlio che trattava come un gioiello, ma che dopo essersi sposato, si era allontanato da lei, a detta sua perché la nuora era una viperaccia arrivista. Aveva ancora i capelli nero corvino, anche se il suo bel vitino con gli anni si era trasformato in un gran bel giro vita stile boa.

La Re, nessuno conosce il suo nome per intero, non era tanto ricca quanto la sua amica, ma se la cavava bene, era comunque anche lei sempre curata, truccata e parruccata col tipico tono violetto che sta bene su tutto.

Entrambe sovrappeso, con le calze contenitive messe male e spessissime, le gambe gonfie, dove era quasi impossibile distinguere le caviglie e le ginocchia.

Stavano lì a urlare:

– “Maledetta megera, tu mi hai fatto il malocchio, ti ho sentita! Ho sentito che bisbigliavi qualcosa in quella lingua da bestie che parli tu, dì la verità!” e dopo quella gravissima ingiuria, uno sputo era arrivato dritto dritto in faccia a Maria, l’accusata.

– “ Megera a me! Brutta vecchia, guarda che sei tu quella che manda gli anatemi! Da quando mi hai insultata mi è salita la pressione, sono caduta e la mia donna delle pulizie è partita. Tu mi hai maledetta!”. E ricambiava con vigore lo sputo.

Con fatica Maria si era alzata, con l’agilità che contraddistingue un mammifero di 200 chili, e aveva tirato in faccia alla Re una borsata, facendole un occhio nero.

Ero tornato a casa lasciandomi alle spalle altre urla non definite, forse in dialetto siciliano, ma soddisfatto, cosa di cui un po’ mi vergognavo. Insomma, finalmente qualcosa era successo! Avevo un sorrisino spontaneo sul volto, anche se cercavo di nasconderlo.

I giorni seguenti si erano susseguiti come sempre senza novità o altri drammi, ma avevo notato che sul muretto, Maria e la Re non c’erano più. Dopo un mese mi ero sbilanciato a chiedere al bar, come se me ne importasse qualcosa, in realtà volevo solo sapere come fosse finita la storia, ero curioso.

– “Sapete qualcosa della Compagnia delle Indie? Delle signore che stavano sempre lì sedute a pugnalarsi? Non le ho più viste”

– “Non lo sai? Si sono prese a borsate una mattinata intera e una ha avuto un malore. L’hanno portata all’ospedale in ambulanza  e abbiamo poi saputo che non ce l’ha fatta. L’altra invece, mentre tornava a casa è caduta, ha dato una facciata in terra ed è rimasta sfigurata; anche lei, dopo una settimana è mancata”

– “Voi credete al malocchio? Io forse un pochino sì”.

Priaruggia – Ipse Dixit anno 2000 e qualcosa

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